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DEFAULT

DefaultGià, da qualche tempo anche i LOBOTOMIZZATI dal NUOVO ISTITUTO LUCE (nella versione aggiornata televisiva) conoscono questa parola, ma quanti abbiano capito cosa significhi, non è dato saperlo.
Certo, in una Nazione non più sovrana, di fatto federata in un’Unione SENZA GOVERNO ma gestita dalla BCE (largamente in mano alle Banche private che puntualemente se ne servono per salvarsi il culo a spese dei cittadini) è probabilmente anche inutile saperlo. Probabilmente abbiamo già superato il PUNTO DEL NON RITORNO con la bella Figata dell’EURO (lo dobbiamo a personaggini tipo PRODI, AMATO, CIAMPI, DRAGHI..) ma ho trovato un post che desidero condividere con Voi.
Un SOGNO?
Sì, ma pare sia l’ulima cosa AGGRATIS (oltre Linux) che ci sia rimasta ed allora voglio coinvolgervi in un sogno:
IL DEFAULT SELETTIVO.
Si, un gruppetto di politici con i coglioni (senza viagra) che decidono che I MERCATI DEVONO OBBEDIRE ALLE DEMOCRAZIE e quindi:…

[prosegue dal post originale…] “i mercati” hanno concesso, e sono fatti da soldi “dei mercati”. Dunque, se hanno sbagliato i governi ad accettare soldi facili, QUANTO HA SBAGLIATO CHI HA DATO QUESTI SOLDI AI GOVERNI?
Morale della storia: un branco di coglioni (molto ricchi) sta usando le enormi ricchezze di cui dispone per dare l’assalto ai governi. Ovviamente soffrono di questo le democrazie: un governo meno democratico avrebbe reagito semplicemente sbattendo in carcere i finanzieri, chiudendo le borse e dicendo “ehi, fate ciao ciao ai vostri soldi. Se qualcuno ha qualcosa da dire, avrei giusto un paio di montagne da spianare a mani nude“.

Si dice che il debito pubblico USA e’ stato declassato perche’ la manovra di Obama non e’ piaciuta. Si sbagliano. Se andate ad osservare il rating, NON scoprite alcuna relazione reale tra rating alto ed economia. L’economia francese, a detta delle agenzie di rating, sarebbe la piu’ forte d’europa? No, e’ solo la piu’ statalizzata.L’economia italiana, per dire, non e’ cambiata cosi’ tanto negli ultimi anni da subire un completo cambio di marcia (sino al panico). Non si capisce perche’ tutte le aste dei primi mesi di quest’anno siano andate bene, ed oggi la gente venda i titoli italiani.
Volete sapere che cosa indicano i rating? Ve lo dico io: indicano quanto potere abbiano i finanzieri in una data economia. Quando i finanzieri hanno POCO potere ed il governo fa quel che vuole, normalmente il rating e’ alto. In quella situazione, il governo ha la sua politica economica (qualsiasi sia) perche’ quelle sono le idee del governo. E i mercati si beccano la politica del governo, cosi’ com’e’.  In questo caso “i mercati” dicono “comanda il governo”, ovvero AAA.

Al contrario, quando i mercati iniziano ad imporsi e il governo inizia ad obbedire loro, allora il rating scende. Non appena un governo inizia a prendere decisioni perche’ i mercati lo incalzano, mostrandosi debole, il suo rating inizia a scendere. Il rating di un debito pubblico che si abbassa significa questo: “questo governo ci obbedisce“. Perche’ e’ cosi’: portare il rating sull’orlo del fallimento e’ la strategia con cui vengono sottomessi i governi.

Piu’ la politica obbedisce ai mercati, piu’ il rating si abbassa. Meno il governo obbedisce, piu’ il rating si alza: il rating alto e’ un modo di dire “questo e’ il cavajere nero, e ar cavajere nero nun je devi caca’ ‘r cazzo“. Perche’ pensate che il Belgio non sia al default?
Cosa puo’ fare, un governo nazionale, per alzare il rating del proprio debito? Semplice: dire “me ne infischio dei mercati”. Dire semplicemente davvero andiamo in default? Significa che non renderemo “ai mercati” i loro soldi? Bene. Cavoli dei mercati che ci hanno dato i soldi“.

Basta un default selettivo che escluda SOLO gli investitori istituzionali sul mercato primario. Basta questo, e ai mercati passera’ PER SEMPRE la voglia di scherzare.

Come si puo’ dire una cosa simile, ma in maniera politica,  in una singola soluzione? Si  puo’. Basta che un governo dica “domani la borsa chiude, sino a nuovo ordine. Quando arrivera’ il nuovo ordine? Quando i mercati convinceranno il governo“.
Non ci vuole molto, basta dire “io comando e tu obbedisci, perche’ io mando la GdF a chiudere la borsa si Milano armi in pugno, e tu non ci puoi fare niente. E’ semplice, e basta un ordine. Una chiusura arbitraria della borsa, fino a quando “qualsiasi insieme vuoto di parole il governo voglia inventare“.  [omissis]

Se domani i finanzieri vorranno avere una schiava a testa, semplicemente i mercati puniranno i governi che non accettano la schiavitu’ con un crollo di borsa.  Diranno che il costo del lavoro e’ troppo alto. Lo hanno gia’ fatto, e avete avuto il precariato. Quando vorranno ancora di piu’, cioe’ dei veri e propri schiavi, puniranno i governi sino a quando non reintrodurranno la schiavitu’. Lo stanno facendo sotto i vostri occhi. 

Che cos’altro  temete da un dittatore? Che vi mandi in un gulag a sfinirvi di lavoro? Niente paura: la finanza ha la possibilita’ di trasformarvi prima in disoccupati e poi in poveri, decidendo di delocalizzare. E allora vi troverete in qualche cantiere o in qualche campo a lavorare in nero e morire di lavoro. 

Che cosa temete da un dittatore? La censura degli organi di stampa? La finanza possiede gia’ i mass media, ricordate?  Temete la propaganda? Ce l’avete gia’, si chiama Marketing. E’ quella che chiama “flessibilita’” il precariato. 

Ditemi, per favore , cosa temete da un dittatore, e io vi mostrero’ che “i mercati” e “la finanza” lo stanno gia’ facendo sotto i vostri occhi, e non domani o altrove: QUI E OGGI.

Fonte: keinpfusch.net

Agcom parte seconda ….

corrado calabroLa buona fede, qualche giorno fa, mi ha spinto a scrivere un post sugli sviluppi della vicenda censoria dell’agcom.
Oggi, un acuto editoriale su puntoinformatico mi ha fatto riflettere e mi ha moralmente obbligato a riportarne il contenuto.
Avrà mica ragione Massimo Mantellini?


            Roma – Eppure, guardate, la faccenda in fondo è molto semplice. Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni che nei prossimi giorni secondo i piani dovrebbe diventare il soggetto amministrativo in grado di decidere quali siti web gli italiani potranno vedere e quali dovranno essere censurati per violazione del copyright, ha un solo unico grande problema. È, da sempre e non solo da quando è presieduta da Corrado Calabrò, una autorità senza alcuna autorevolezza.

Il discorso potrebbe chiudersi qui. Possono i cittadini italiani affidare compiti tanto delicati ad un organismo del genere? Una autorità per modo di dire, diretta estensione del potere politico, composta in genere da commissari con modestissime competenze specifiche, che mai, in questi ultimi dieci anni, è riuscita a rappresentare nitidamente l’interesse dei cittadini nella complicata arena dei sistemi di comunicazione. Possiamo fidarci di loro? La risposta è semplicemente no.

Corrado Calabrò ed i commissari Agcom non hanno alcuna autorevolezza per molte ragioni: sono pedine di un potere politico mediamente digiuno delle questioni complicate che riguardano Internet, e assommano due differenti caratteristiche. Da un lato rappresentano un organismo che la politica ha mantenuto debolissimo nelle proprie prerogative di controllo, perché ovviamente nessuno può in Italia anche solo pensare di rappresentare gli interessi dei cittadini dentro l’enorme ventre del potere radiotelevisivo; dall’altro, in questa inedita ultima versione berlusconiana, gli stessi cavalieri di cartone vengono utilizzati come ariete nella lotta alla pirateria in Rete, ovviamente declinata nell’unica maniera nota all’industria dei contenuti, quella secondo la quale gli interessi economici si tutelano con alti muri e colpi di fucile. Dieci anni che questa gente è chiusa in questo loop, dove minaccia legale e intimidazione hanno comodamente sostituito pochezza di idee e modelli economici decotti. Agcom oggi è un inedito piede di porco, in una ipotesi di scenario di tutela dei diritti nella quale nemmeno le truppe servono. Basta un timbro a firma Calabrò a certificare la lista dei presunti cattivi, gli ISP verrano costretti come al solito nel ruolo di forzosi gendarmi e i cittadini, quelli che Agcom dovrebbe tutelare, lasciati senza tutele e garanzie nelle mani dell’esattore di turno, vedranno sospese le proprie prerogative legate allo stato di diritto. E la magistratura? Ah beh quella sostanzialmente non serve, può essere saltata (altro vecchio sogno delle major del disco e del cinema che si concretizza), ce la si sbriga fra noi, a colpi di letterine e velocissime censure. Occhio non vede, cuore non duole.

L’unica cosa cambiata dai tempi della vecchia Agcom, che Giuliano Amato definì non senza ironia una autorità “semi-indipendente”, è che oggi la centralità di Internet è assai più chiara anche fuori da Internet, per esempio dentro i santuari radiotelevisivi come Mediaset, oltre che nelle stanze dei lobbisti del cinema e della musica che tengono la Rete nel mirino da almeno un decennio.

Chiusi in questo refrain il giochetto tentato in Italia è il solito che abbiamo già visto applicato altrove, aggravato da un indecoroso scaricabarile. Prima il sottosegretario alle comunicazioni Paolo Romani (prestato alla politica dopo una non brillantissima carriera nella televisone privata, uno dei tanti che Berlusconi ha spostato di peso dai suoi contatti commerciali dentro il Parlamento) fa approvare un decreto che porta il suo nome che investe Agcom di immensi poteri di controllo sul traffico di Rete, poi Agcom stessa che, in questi giorni di forti critiche, rimanda responsabilità ed oneri per simili spinose questioni al Parlamento stesso. È la gag del “È stato lui!”, “No, è stato lui”, fra due soggetti che sono di fatto la stessa persona.

Quale autorevolezza può avere una autorità che ha come ultimo commissario nominato un ex-dirigente di Publitalia? Davvero Antonio Martusciello riceve uno stipendio da quelle parti per difendere i miei interessi dei cittadino? Quale autorevolezza può vantare Corrado Calabrò che nella recente relazione annuale ha dichiarato che i diritti degli autori sono diritti di proprietà? Ma stiamo scherzando? Quale Agcom potrà mai essere la mia Agcom se il relatore del provvedimento sul copyright Nicola D’Angelo, l’unico fra i commissari con qualche competenza sulle cose di Rete, è stato allontanato silenziosamente dal suo incarico perché non sufficientemente allineato?

E ancora, di quale dialogo fra Agcom e la Rete stiamo parlando in questi giorni? Basta leggere le risposte dei commissari Agcom pubblicate in giro, o le stizzite repliche di Calabrò e di Enzo Mazza della FIMI (perdonami Enzo ma hai torto) all’articolo sacrosanto che Juan Carlos De Martin ha scritto su La Stampa per capire che non ci sono audizioni da fare o dialoghi costruttivi da tentare.

Diciamolo chiaramente: questi signori, per loro natura e mandato, sono semplicemente inadatti a rappresentare i cittadini in tematiche del genere. Non ne hanno gli strumenti né tantomeno la voglia. Diradando la nebbia delle parole, delle tante frasettine di cortesia e di tutto il bagaglio sterile dei diritti e dei doveri ovunque citati, Agcom è mediamente un signor nessuno che in questo caso fa da paravento alle esigenze degli industriali dei contenuti che, d’accordo con il Governo in carica (per ragioni di interesse che sono evidenti anche ad un lattante), hanno costruito un giochetto per poter controllare la Rete e salvare i propri amati contenuti a colpi di ingiunzioni e processi sommari saltando il controllo della magistratura.

Ovviamente non funzionerà, come non funziona la disciplina dei tre colpi in Francia e come è stata infine bocciata una ipotesi simile in Spagna, ma questo è un altro discorso. Il discorso di oggi è assai più elementare: Corrado Calabrò e i suoi commissari della Authority senza autorevolezza non rappresentano gli interessi dei cittadini italiani. Non ne hanno titolo, lo hanno dimostrato più e più volte. Qualsiasi loro decisione per nostro conto, semplicemente, non vale niente.

Fonte: puntoinformatico.it

 

Ecco Finance Watch, la lobby dalla parte dei risparmiatori

FinanzaAttenti traders ai vostri bonus. I derivati? Andiamoci piano anche con quelli. E non parliamo dei paradisi fiscali. Finance Watch, una nuova ong che vuole diventare la Greenpeace della finanza, promette battaglia. Dopo mesi di preparazione è ormai operativa. Vuole difendere l’interesse dei cittadini e dei risparmiatori nelle questioni finanziarie. E lavorare a Bruxelles (facendo lobby pressante) perché, quando si prepara e si discute una nuova normativa, non ci siano solo le banche a difendere i propri interessi.

L’idea è venuta un anno fa a una ventina di eurodeputati che hanno lanciato un appello per la creazione di Finance Watch. Fra loro politici verdi, di sinistra (al gruppo si è in seguito associato anche Sergio Cofferati) e pure di destra. Il più combattivo è stato Pascal Canfin, giornalista francese, diventato parlamentare europeo nel 2009. “Uno dei primi testi legislativi che mi sono ritrovato a esaminare – racconta – riguardava i limiti da imporre ai fondi speculativi. Nel mio ufficio, però, venivano solo i lobbisti degli hedge funds. Nessuno ha mai bussato alla porta per parlarmi in maniera negativa di quegli strumenti. In materia finanziaria e bancaria non esistono equivalenti di Greenpeace, del Wwf o dei sindacati europei. Non c’è un contropotere”.

O meglio, non esisteva. Perché nei giorni scorsi si è tenuta la prima assemblea generale di Finance Watch. I soci fondatori sono una quarantina di organizzazioni europee che a loro volta rappresentano più di 300 Ong, sindacati e associazioni di consumatori (da Oxfam al Beuc, L’ufficio europeo delle unioni dei consumatori, passando per la Ces, la Confederazione dei sindacati a livello comunitario). Finance Watch porterà avanti indagini su temi specifici: “controperizie” indipendenti rispetto all’industria finanziaria. Poi ci sarà l’azione di lobby sul Parlamento, la Commissione e il Consiglio europei. E, infine, l’attività di comunicazione, così da scatenare dibattiti pubblici su argomenti spesso ostici e poco pubblicizzati. Ma che sono all’origine di crack di imprese e di Stati, di perdite ingenti (e ingiuste) sugli investimenti, di tasse aggiuntive per correggere quei patatrac.

Finance Watch puo’ già contare sulla consulenza di una ventina di esperti: economisti, avvocati, analisti finanziari, docenti universitari. Insomma, specialisti che ben conoscono i meccanismi dall’interno. Come Philippe Loumeau, che, dopo una ventina d’anni trascorsi a lavorare nelle Borse di mezzo mondo (è stato, addirittura numero due di quella di Montréal), è ora consulente per il management d’impresa. E ha promesso che dedicherà a Finance Watch come volontario almeno un giorno di lavoro alla settimana. Segretario generale della Ong sarà Thierry Philipponnat, 49 anni, una carriera brillante tra Bnp Paribas, Ubs ed Euronext. Anche lui oggi lavora come consulente, dopo aver iniziato a collaborare negli anni scorsi con Amnesty International. “Trovo la finanza molto interessante, anche da un punto di vista intellettuale – sottolinea – . E poi è fondamentale per l’economia. Ma mi preoccupa anche l’impatto sociale di queste attività”. Padrino della nuova organizzazione, invece, sarà Juergen Habermas, l’anziano filosofo e sociologo tedesco. Secondo l’europarlamentare Canfin, il mondo della finanza sembra aver dimenticato in fretta la crisi del 2008. “E’ chiaro che diverse banche hanno già iniziato a speculare perfino sul debito greco – sottolinea -. Bisogna intervenire al più presto”.

Fonte: ilfattoquotidiano.it
Giu 29, 2011 - Informazione, Internet, Politica    No Comments

Soppressione della Libertà sul Web Italiano?

agcom   Ebbene, non è esattamente come riportato sul Tam-Tam della nostra cara rete, sarebbe più prudente fare un paio di riflessioni prima di gridare allo scandalo.
Intanto, la “Violazione al diritto d’autore” è GIA’ REATO da tempo, mi sembra quindi una sciocchezza allarmarsi per qualcosa che non rivela alcuna novità. Certo, bypassare i tribunali ed affidare al’AGCOM il POTERE di “intimare la rimozione dei contenuti non autorizzati” può sembrare una semplificazione eccessiva, ma personalmente credo che i tribunali siano già abbastanza affollati e, se davvero desideriamo una giustizia più GIUSTA, dovremmo cominciare con il limitare le VALANGHE di atti e ricorsi che giornalmente vi si riversano, ma la mia idea sulla questione potrebbe essere oggetto di altro post dedicato a questo argomento.
Chi possiede più di due neuroni capisce bene che la cosa non sposta il problema sulla libertà o meno di pubblicare matriale protetto, la causa VINTA da Mediaset contro YouTube (che ha più di tremila lire da spendere in avvocati) è un’evidente conferma di quanto ciò sia solo una agilizzazione di certe procedure che al momento sono solo più lunghe e dispendiose.
Approfitto per ricordarvi che Mediaset è tutt’oggi detentrice ABUSIVA di canali televisivi, con SENTENZA della 
Corte di Giustizia Europea che ha condannato l’Italia, mica Mediaset (valli a capire, LORO abusano e NOI paghiamo).
Ad ogni buon conto, chi scrive su un blog, è consapevole del fatto che talvolta possa riportare contenuti (anche a propria insaputa) non “liberamente diffondibili” senza previa autorizzazione, ma, senza far riapparire i fantasmi di Staliniana memoria, è sufficiente operarne la rimozione qualora chi ne detenga la proprietà ne segnali la richiesta di rimozione (va bene, “intimare” ci piace meno, ma il significato è il medesimo).

Non a caso, io per esempio, lo specifico, anche se non ce ne sarebbe la necessità, quanto potete leggere sulla finca di sinistra ” Le immagini pubblicate sono state trovate su pagine web e giudicate di pubblico dominio. Se qualcuno, potendo vantare diritti su di esse, volesse chiederne la rimozione, può scrivere al mio indirizzo e-mail.”. La cosa è ovviamente da intendersi anche per i contenuti, ma è decisamente superfluo specificarlo.


Vi riporto una parte dell’articolodi Paolo Attivissimo che mi sento di sottoscrivere appieno:

Muore il Web italiano? Esagerati. Ma è ora di imparare a usare davvero Internet

[…omissis…]
Parliamoci chiaro: questo dell’Agcom, come ogni altro tentativo di imbavagliare la Rete, è destinato a fallire per motivi assolutamente fisiologici. Non ci riescono i cinesi, figuriamoci se ci riusciranno le sciacquette dei burocrati italiani. Buttarla in politica non fa altro che distrarre da questo concetto fondamentale e svilire la questione. Come il DDOS contro Agcom, non fa altro che regalare comode munizioni a chi vuole trasformare in rissa una questione seria e a chi brama di accusare di apologia della pirateria gli onesti che vogliono difendere non solo il diritto d’autore ma anche quello del fruitore.

Sarà facile zittire le iniziative sensate, come il Creative Commons e il fair use, etichettandole come pro-pirateria, sovversive, anarco-insurrezionaliste, antiberlusconiane e quant’altro, senza bisogno di dimostrare che lo stato delle cose attuale causi danni ad autori e artisti. Senza fermarsi a chiedere quanta pubblicità gratuita ha avuto Lady Gaga da Internet o come mai, se siamo tutti così pirati, Avatar o Il Signore degli Anelli incassano miliardi di euro. Verrà dimostrata invece una sola cosa: che i governi non hanno la più pallida idea di come funzioni Internet e sono mentalmente fermi all’Ottocento. Ne pagheranno le conseguenze.

A mio avviso ci sono due modi per far fallire in modo elegante e civile quest’ennesimo giro di giostra. Il primo è sommergere l’Agcom di segnalazioni di presunte violazioni. Noi siamo in tanti; loro sono in pochi. Basta qualche decina di migliaia di segnalazioni per mandare in tilt il sistema e ricordare a questi asini digitali che stanno cercando di vietare al vento di soffiare e stanno ragionando ancora in termini di piombo in tipografia anziché di bit nella Rete. Qualcuno si ricorda, per esempio, l’obbligo di mandare una copia di ogni pubblicazione agli Archivi Nazionali e tutto il panico che fu diffuso quando parve che l’obbligo si dovesse estendere a ogni sito Web? Appunto.

Il secondo è che è ora di studiare invece di strillare. I vari tentativi di censura e oscuramento funzionano soltanto con chi non sa usare Internet e non ha voglia di imparare a usarla come si deve, però poi si lamenta. La resistenza civile ai tentativi di imporre leggi idiote non passa solo dai canali politici e dalla scheda elettorale: passa dal filo dell’ADSL che abbiamo in casa. L’HADOPI francese non è fallita perché i francesi si sono dedicati al denial of service contro i siti delle autorità. È stata ridicolizzata perché gli internauti francesi hanno capito che il peer-to-peer è vulnerabile e sono passati ad altri sistemi. È ora di spegnere il teleschermo e di accendere il cervello; di smettere di comprare giornali-spazzatura e diventare tutti hacker.

Ah, già, ma stasera c’è la partita su Inediaset Premium Plus Ultra 3D 4×4 Dolby Surround Ritardante per Lui Stimolante per Lei. Non si può rinviare la rivoluzione di qualche ora?

Fonte: attivissimo.blogspot.com
Giu 25, 2011 - Informazione, Truffe    No Comments

Morti “fuori stima” …..

Repubblica Certo, dopo aver visto questo video…
… sembra anche OVVIO che i “numeri” che danno siano SEMPRE sottostimati.


Premesso intanto che è plausibile immaginare che il numero esatto sia impossibile averlo a prescindere; per tutta una serie di fattori, non ultimo il fatto che ci siano ordinariamente diverse “sparizioni” volontarie o meno (il telefono giallo prima, e chi l’ha visto poi, ci hanno costruito una fortuna) anche solo per nascondersi agli occhi del fisco o di qualche clan interessato a scambiare quattro chiacchiere; ma le affermazioni di quest’operatore, fanno presumere che si operi davvero con TROPPA LEGGEREZZA e PRESSAPOCHISMO.

In effetti, pensate a quante vittime NON censite tra quanti, senza parenti che ne reclamino la scomparsa, senza permesso di soggiorno, malati senza assistenza o semplicemente in NERO.

OGNI COMMENTO E’ DECISAMENTE GRADITO

Fonte: YouTube
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