Archive from ottobre, 2012

Il Sudamerica all’attacco dei colossi della finanza. E ce n’è anche per noi italiani.

ecuador+2.jpgUn altro SPLENDIDO ARTICOLO di Sergio Di Cori Modigliani che non posso esimermi dal condividere con Voi.
________
Parliamo oggi di geo-politica.
Dalla linea del fronte del Sudamerica.
Come l’Ecuador, il Brasile e l’Argentina. Stanno combattendo anche per noi.
Perché tutto ciò che sta accadendo là, ha dei riflessi potentissimi in Italia.
Ecco perché:
Quattro bei schiaffoni assestati sulla faccia di una delle prime dieci più importanti aziende del pianeta, il colosso petrolifero-finanziario denominato Chevron.
Si tratta della prima sentenza giuridica  (e già questa sarebbe una notizia clamorosa)  più ricca in termini economici (il che aggiunge clamore a clamore) nonché la più potente dal punto di vista politico (che aggiunge al clamore + clamore, la necessaria attenzione che merita) mai sancita nella Storia del continente sudamericano.
Perché da una parte abbiamo un’azienda che nel 2011 aveva un fatturato di circa 250 miliardi di euro (il pil della Grecia) e dall’altra la Repubblica dell’Ecuador, modesta nazione sull’Oceano Pacifico, con un pil nazionale intorno ai 20 miliardi di euro, una popolazione mite, pacifica,  piuttosto povera, e priva di esercito militare (il loro budget annuo per armamenti è pari a quello di una caserma italiana a Viterbo, per dire).
L’Ecuador ancora una volta sale alla ribalta della cronaca internazionale, dimostrando la preponderante forza del Diritto Civico internazionale quando essa è accompagnata da un’adeguata classe politica che si rifiuta di scendere a compromessi con i mega colossi finanziari planetari.
La notizia secca è la seguente: “L’azienda petrolifera statunitense, con sede legale a Dallas, Texas, Usa, denominata Chevron, ha definitivamente perso la class action intentatagli contro da 32.500 indiani autoctoni dell’ Ecuador, sostenuti dal governo che si è presentato come parte civile e danneggiata. In seguito alla sentenza definitiva, la Chevron è stata condannata al pagamento di 19 miliardi di euro per “crimini contro l’umanità, devastazione del territorio idro-geologico, sfruttamento intensivo non autorizzato di località naturali protette, provocando la morte e la miseria di decine di migliaia di persone dal 1964 al 2004”.
La sentenza definitiva non è nuova, è del febbraio 2011.
Poi c’è stato l’appello, nell’ottobre del 2011, che ha riconfermato la sentenza portando il risarcimento per danni da 15 a 19 miliardi di euro. La Chevron, in quella occasione, aveva protestato la decisione formalmente, sostenendo che “il governo dell’Ecuador non è autorizzato legalmente a formulare tali sentenze in quanto avvezzo all’esercizio di pratiche dittatoriali” e di conseguenza si è rivolta “formalmente e ufficialmente” alla Corte Suprema d’Alta Giustizia statunitense (sezione esteri) per chiedere l’annullamento della sentenza e il suo non riconoscimento. Gli Usa, infatti, sono stati identificati come “territorio giurisdizionale valido” perché l’atto d’accusa e la denuncia erano state recapitate –in maniera formalmente ineccepibile, nel pieno rispetto delle leggi americane- direttamente, a mano, nelle mani di un funzionario della Chevron, in Texas, da parte di un segretario d’ambasciata, accompagnato da due avvocati esperti in diritto internazionale. Il 10 ottobre del 2012, finalmente la Corte statunitense si è espressa, dopo aver valutato la documentazione che ha ritenuto la sentenza del Tribunale di Quito legittima, e quindi applicabile. La Chevron si è appellata (come la Legge gli consente) contestando la sentenza dei magistrati, e si è rivolta direttamente al Presidente Usa, Barack Obama, il quale avrebbe potuto esercitare la prerogativa di annullamento di tale sentenza, avvalendosi del comma 6 dell’articolo 4 del codice di regolamentazione presidenziale, laddove si spiega come “il presidente ha il potere di stabilire o meno la liceità di qualsivoglia sentenza internazionale ai danni di un’impresa che ha sede legale e opera nel territorio statunitense, a condizione che tale sentenza venga identificata, provata e definita, come lesiva degli interessi strategico-militari della federazione Usa”.
E qui è arrivata la notizia bomba, e l’inatteso aiuto e solida alleanza (questa è stata per davvero una sorpresa per l’intero continente sudamericano) che il presidente Rafael Correa ha ottenuto, al di là delle sue migliori aspettative.
Il presidente della Chevron, infatti, è uomo abituato a dare ordini a quasi tutto il mondo, e di sicuro a tutti i presidenti Usa (la Enron, la Wel, la Halliburton, sono tutte aziende della Chevron) dato che nel suo comitato ristretto dei probiviri siedono George Bush sr., George Bush jr., Jeff Bush, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Bill Gates, il presidente della Visa e dell’American Express, e altri 10 grossi papaveri che da sempre foraggiano ogni presidente. Ha chiesto immediatamente udienza al presidente ottenendola. Data dell’appuntamento: 17 ottobre 2012. Ma all’ora dell’incontro, ha avuto una sorpresa, quella sì davvero inattesa. Invece di vedersela da solo, a tu per tu, con Obama –come pensava-  si è trovato in una stanza della Casa Bianca davanti a tre persone: il Ministro degli Esteri, Hillary Clinton, e due membri dell’avvocatura di Stato, un democratico e un repubblicano, come la Legge impone in Usa. Il presidente della Chevron, giustamente, è sbiancato. La Clinton gli ha consegnato copia della delega avuta dal Presidente e controfirmata dai due legali presenti, ed è iniziato il colloquio.
Peccato che non si chiami anche lei Christine, altrimenti avremmo la guerra delle tre Cristine.
Era dall’agosto del 1997 che Hillary Clinton aspettava quel momento.
E chi la conosce bene sa che è una donna vendicativa, oltre che una geniale stratega politica. Perché il presidente della Chevron è il più forte nemico personale di Hillary Clinton da quindici anni. Fu lei stessa a raccontarlo, nella primavera del 1998, al grande giornalista investigativo televisivo Peter Jennings, in una epica intervista andata in onda sul network ABC, quando spiegò come la Chevron, per conto del suo presidente, avesse imbastito lo scandalo sessuale di Monica Levinski con l’esclusivo interesse politico di ottenere la messa sotto accusa di suo marito e farlo dimettere perché aveva presentato al Congresso una legge per alzare l’aliquota delle tasse alle compagnie petrolifere. Allora, divenne un duello personale tra la Chevron e la Clinton che appassionò chi seguiva la vita politica americana. Perché quel duello è proseguito negli anni e non si è mai placato.
E così, la Clinton ha spiegato alla Chevron che non potevano far nulla per loro. Sembrerebbe che il presidente si sia imbizzarrito e abbia spiegato il suo punto di vista. “ a quegli indiani  bastardi io non gli do neppure un dollaro”.  I due avvocati, quindi, gli hanno spiegato come funziona la Legge. Nel caso lui si fosse rifiutato di pagare, dato che –proprio poche ore prima- era arrivata, attraverso canali diplomatici, la richiesta ufficiale da parte della Repubblica dell’Ecuador di ottenere il pagamento, lo Stato Federale Usa non si sarebbe fatto carico del debito, e subito dopo avrebbero ritirato alla Chevron “l’esercizio della licenza commerciale in tutto il territorio Usa”. Gli hanno spiegato che avrebbero dato ordine all’FBI di sigillare tutte le pompe di benzina e la Chevron sarebbe stata denunciata dal governo e sottoposta a processo da parte di una commissione del Congresso. Il presidente della Chevron si è alzato, ha mandato tutti a quel paese e se n’è andato. I suoi avvocati hanno avvertito l’Ecuador.
E così, in data 22 ottobre 2012, il piccolo Stato dell’Ecuador ha congelato tutti i conti correnti della Chevron in ogni nazione del continente sudamericano (circa 8 miliardi di dollari) e ha presentato regolare denuncia all’interpol e al consiglio di sicurezza dell’Onu.
In Sudamerica non si parla d’altro che di questo e della notizia successiva.
In Italia, neppure l’ombra della notizia, se non una nota di quattro righe (nel senso di 4) apparsa su Il Sole 24 ore, poi scomparsa, che non è stata ripresa da nessuno, né sul mainstream né in rete. Ad esclusione di un sito italiano che si occupa di problemi dell’ecologia sostenibile e odia le aziende produttrici di petrolio. Il sito si chiama greenpoint.it.  Ecco l’articolo che hanno pubblicato:
La Corte Suprema Usa ha respinto la  richiesta della Chevron per l’annullamento di una sentenza, emessa da un giudice ecuadoriano, che gli impone di pagare indennizzi per 18,2 miliardi di dollari per i danni causati dalle trivellazioni petrolifere in Amazzonia. La decisione della Corte Suprema è l’ultimo sviluppo in una lunga battaglia legale che ha scaricato sulla Chevron (che nel 2001 ha comprato la concessione petrolifera in Equador ereditando le responsabilità della Texaco)  i danni causati dal continuo sversamento di greggio da parte di un consorzio capeggiato dalla  Texaco. La sentenza ecuadoriana da 18,2 miliardi di dollari è stata emessa nei primi mesi del 2011, dopo 8 anni di indagini  nella città  petrolifera di Lago Agrio, l’Ecuador ha scoperto che la Texaco deliberatamente sversato più di 16 miliardi di galloni di greggio, fanghi e rifiuti tossici in Amazzonia dal 1964 al 1992, che hanno gravemente inquinato sorgenti, falde e corsi d’acqua, causando problemi di salute tra gli abitanti e decimato tribù indigene della regione del Lago Ario, così 30.000 persone hanno promosso l’azione legale.
Il rappresentante della Chevron in Ecuador, Rodrigo Perez Pallares, aveva ammesso che erano stati sversati almeno 16 miliardi di galloni di “produced water” nei corsi d’acqua dell’Amazzonia ecuadoriana in aree utilizzate dalle comunità indigene per l’acqua potabile, per fare il bagno e pescare. L’environmental auditor della Chevron, Fugro-McClelland, ha confermato che  nel 1992 in Ecuador la Chevron  «Ha sversato “Produced water”  dai sui impianti produttivi al  fine di scaricarla nei torrenti e nei corsi d’acqua» e che, ad eccezione di un impianto, nessuno degli scarichi «Era registrato» presso le autorità ecuadoriane. La Corte dell’Equador ha trovato prove dettagliate di oltre 900 pozzi contenenti rifiuti scavati nel suolo della foresta pluviale e abbandonati dalla Texaco che sono pieni di fanghi petroliferi che continuare a contaminare i terreni e le acque sotterranee. Secondo i rilievi degli esperti il materiale tossico ammonterebbe ad  oltre 5,6 milioni di m3, ai quali vanno aggiunte le numerose fuoriuscite di petrolio e il gas flaring che ammorba l’aria. La Chevron aveva subito rigettato la decisione della corte ecuadoriana, definendola «Fraudolenta»  e «Viziata da cattiva condotta giudiziaria» inoltre la Big Oil sosteneva che la decisione non fosse esecutiva ai sensi del diritto di New York.  Intanto gli avvocati degli ecuadoriani hanno recentemente avanzato richieste che puntano al sequestro di miliardi di dollari di asset della Chevron in Canada e Brasile ed hanno promesso di promuovere azioni di sequestro al più presto anche in altri Paesi, cosa che scondo la Chevron le avrebbe creto potenziali problemi operativi. La Chevron si era rivolta alla Corte suprema di New York ma ha perso, e l’high court ha respinto la sua richiesta di un provvedimento inibitorio che avrebbe impedito l’applicazione in tutto il mondo della sentenza dell’Ecuador.
Si tratta di una sconfitta per tutta la lobby delle Big Oil: diversi business groups  tra cui la Camera di Commercio Usa, la National association of manufacturers ed Halliburton, che aveva presentato memorie per conto del gigante petrolifero.
Nel 2010 e nel 2011 gli avvocati della Chevron  hanno sostenuto più volte che il pagamento della sentenza causerebbe «Un danno irreparabile» alla compagnia» con sequestri di petroliere ed attrezzature che potrebbero addirittura interrompere il flusso di distribuzione del petrolio da parte della multinazionale e quindi tutto questo «Incide non solo in una giurisdizione, ma in tutto il mondo».  Fino ad ora la Chevron nella sua campagna di pubbliche relazioni sosteneva che i tribunali americani avevano trovato la “frode” nel procedimento dell’Ecuador, ma la sentenza Usa la smentisce categoricamente e forse definitivamente.
Aaron Marr Page, un avvocato degli ecuadoriani, ha detto: «L’ultima sconfitta della Chevron davanti alla Corte Suprema è un esempio della  battaglia della sempre più inutile della compagnia per evitare di pagare i suoi obblighi giuridici in Ecuador. Chevron ha fatto  ricorso alla giustizia  mentre con i suoi scarichi tossici continua a creare un pericolo imminente di morte per i popoli indigeni in Ecuador». Un tribunale dell’Ecuador ha ordinato il blocco di tutti i beni nel Paese del gigante petrolifero Chevron. La decisione è stata presa in seguito al rifiuto della compagnia statunitense di pagare una multa da 19 miliardi di dollari comminata nel febbraio 2011 da un tribunale ecuadoriano. La Chevron è accusata dalla popolazione locale, 30mila persone, di aver provocato, tramite la sua controllata Texaco, gravi danni ambientali durante il periodo in cui estraeva petrolio nella foresta amazzonica, tra il 1964 e il 1990. Chevron ha fatto sapere di rifiutare la decisione del tribunale, che interviene una settimana dopo che la Corte suprema degli Stati Uniti, cui la compagnia si era rivolta, ha rifiutato di bloccare la multa miliardaria.
Le altre due notizie riguardano l’Argentina e il Brasile.
Per quanto riguarda l’Argentina la questione è all’ordine del giorno in tutto il continente sudamericano, seguita con enorme attenzione anche in tutta l’Europa del Nord e in Asia, dato che il ministro degli esteri argentino,  Hector Timerman, in data 22 ottobre 2012, è volato a New York dove ha presentato formale istanza all’assemblea dell’Onu contro il cittadino americano Paul Singer, un noto sciacallo della finanza speculativa e vera e propria iena mercatista, il quale, a nome di un fondo speculativo d’investimento con sede a Panama, ha fatto sequestrare nel Ghana, 20 giorni fa, la nave scuola argentina “Libertad” sostenendo di vantare un credito dal governo argentino, immediatamente appoggiato in questo frangente dal Fondo Monetario Internazionale. Ecco qui di seguito, il comunicato stampa ufficiale del governo argentino, pubblicato su tutta la stampa internazionale (l’Italia è tra le nazioni che hanno scelto di non pubblicarlo):
Por medio de un comunicado que leyó en la Casa Rosada junto al ministro de Defensa, Arturo Puricelli, Timerman anticipó que mañana liderará una misión al Consejo de Seguridad de las Naciones Unidas, para denunciar la violación de los derechos humanos de los tripulantes y de tratados internacionales y la comisión de delitos financieros. La decisión implica el fracaso de las negociaciones iniciadas el lunes pasado por una delegación diplomática enviada a la capital del país africano, Accra, para liberar el buque retenido en el puerto de Tema. El comunicado incluye fuertes críticas al país africano y al juez que acogió el pedido de los bonistas. Y reitera la denuncia de un complot entre “los fondos buitre” y “sus socios argentinos”, para extorsionar al país.
Luego de que la Presidenta ordenara ayer evacuar la Fragata Libertad, retenida desde hace 20 días en Ghana, el canciller Héctor Timerman partió este mediodía rumbo a Nueva York para tratar el caso ante Naciones Unidas.
Según el comunicado emitido esta mañana por el Ministerio de Relaciones Exteriores, el funcionario mantendrá durante el lunes reuniones con las autoridades del organismo internacional, incluida una cita con el secretario general, Ban Ki-Moon. “Timerman lleva como único tema de agenda la detención ilegal de la Fragata Libertad en Ghana, en cuanto se trata de un preocupante precedente para la navegación mundial debido a que un juez ghanés ha decidido no respetar la inmunidad de una embarcación militar reconocida por el Derecho Internacional Público del que Ghana es parte”, dice el comunicado. La Fragata Libertad está retenida desde hace 20 días en Ghana por una demanda presentada por tenedores de bonos en default de la Argentina. La medida de desalojar la nave fue anunciada ayer por Timerman, quien denunció que los 326 tripulantes del navío estaban en riesgo por “falta de garantías”
.
Il debito chiesto da questo finanziere riguarda la questione dei bonos argentini andati in default nel 2001. In seguito alla bancarotta, il governo argentino, com’è noto, a differenza dell’Ecuador si è dichiarato “nazione insoluta e insolvibile” ma ha riconosciuto “pienamente e legittimamente” la quantità di debito dovuta, chiedendo e ottenendo dilazioni e sconti pagabili nell’arco di dieci anni, di cui l’ultima tranche è stata saldata lo scorso 2 agosto 2012, con sei mesi di anticipo sulla scadenza prevista. In seguito alla varie contrattazioni, sono stati stabiliti diversi parametri, approvati, a suo tempo, da tutte le organizzazioni internazionali. Il signor Paul Singer è un cittadino privato, proprietario del fondo Elliot management, con sede a Panama. La sua lucrosa attività decennale, consiste nel gettarsi come una iena sulle nazioni sudamericane acquistando buoni del tesoro nei momenti di difficoltà scommettendo al ribasso per spingerli al fallimento e al momento giusto vendere il tutto, incassare il premio speculativo dell’assicurazione, mandando a picco le quotazioni. Lo ha fatto sei volte in Perù, Bolivia, Argentina. Il tutto gestito da una società che si chiama NML Capital, con sede a Panama, di cui è stato consulente Walter Lavitola. Il signor Paul Singer è uno dei grandi finanziatori di Mitt Romney. Costui sostiene il diritto di prelazione sul premio di assicurazione dei tango bonds, datato 2002, in quanto ha protestato l’offerta di patteggiamento offerta dal Fondo Monetario Internazionale, la cui presidenza –guarda caso- proprio un mese fa ha scovato un comma dell’accordo e gli ha dato ragione. E così, un cittadino privato statunitense ha convinto (????) il governo del Ghana a sequestrare una nave militare argentina (con 25 marinai a bordo) a saldo della cifra da lui richiesta, violando ogni convenzione internazionale del Diritto.
Non si parla d’altro che di questo, in tutto il Sudamerica, in Canada, e in Usa nella sezione esteri.
La Kirchner , va da sé, è furibonda, così come lo è l’opinione pubblica argentina e sudamericana. Tanto più che il signor Singer – appoggiato e sostenuto da Mitt Romney pubblicamente un’ora e mezza prima di scontrarsi sulla politica estera con Obama alla tivvù- ha dichiarato con la conseguente eleganza che lo contraddistingue “è bene che in Sudamerica si diano una regolata, quei topi da fogna, e che capiscano che il mercato decide il destino delle Libertà” (la nave argentina si chiama, per l’appunto, Libertad).
Ed è arrivata, pertanto, la terza notizia, questa tutta politica, al 100% politica, che va a colpire il cuore della Repubblica Italiana, perché, come ha detto qualche giorno fa alla tivvù argentina il portavoce del governo, “questa è una porcheria del trio fascista europeo e la pagheranno molto cara questa volta” (ndr. Il trio fascista sarebbe Christine Lagarde/ Mario Draghi/Mario Monti).
Il conto lo sta presentando il Brasile, la nazione più potente del continente sudamericano, dal punto di vista militare, economico, culturale, politico.
E’ il grande sindacalista Lula da Silva, ex presidente che ha cambiato il volto e le prospettive esistenziali della nazione carioca, a guidare la carica. In Brasile hanno iniziato una campagna pubblica di massa raccontando come funziona il sistema di corruzione fascista degli italiani e di come per dieci anni sono stati obbligati a violare ogni Legge internazionale per pagare tangenti ai funzionari governativi italiani che “si facevano dare il via libera dalle apposite commissioni europee per venderci armi, cibo e medicine,  ma poi pretendevano la percentuale tra il 10 e il 15% sottobanco versate su conti estero su estero ai diversi ministri e sottosegretari. L’ex ministro della difesa brasiliano ha fatto sapere pubblicamente di essersi messo a disposizione della magistratura italiana per fornire ogni dettaglio che gli venga richiesto. E lui ha in mano tutte le ricevute dei versamenti fatti, i nomi delle personalità, i conti correnti, le cifre. Da un primo calcolo degli analisti economici sudamericani si rileva che il buco nel bilancio statale della Repubblica Italiana nella sezione “forniture di materiale strategico al Sudamerica” nell’arco di tempo tra il 2001 e il 2011 si aggira intorno ai 50 miliardi di euro. Ai quali bisognerebbe assommare quelli relativi all’Africa, all’Asia, al Medio-Oriente e ai paesi arabi, località che non seguo, di cui non dispongo informazioni dettagliate. Una cifra questa che non è inserita “ufficialmente” nel bilancio, ma che risulta “realmente” spesa; il che spiega in parte come sia possibile che a fronte di tutte queste manovre economiche degli ultimi 30 mesi, la spesa pubblica aumenti ancora invece di diminuire.
Ne viene fuori, quindi, un quadro geo-politico completamente diverso da quello che ci stanno raccontando i media tutti i giorni a proposito del cosiddetto “scandalo Finmeccanica”. Non c’è nessuna brava persona che si è pentita e ha confessato, non c’è nessun successo della magistratura, non c’è nessuna abilità investigativa né tantomeno volontà governativa nel dire come stanno le cose.
Ci sono i brasiliani che stanno vuotando il sacco, consapevoli di trovarsi sulla prima linea del fronte. E’ un’altra storia.
Perché prosegue la guerra tra le due Cristine.
E non si tratta di zuffe isteriche tra due donne capricciose.
Si tratta di ben altro.
Si tratta dell’incompatibile scelta tra un continente che ha detto “no ai diktat della finanza speculativa internazionale” e ha scelto di essere autonomo, indipendente, e investire risorse, intelligenza, volontà ed entusiasmo, che si sta scontrando con nazioni come l’Italia che ha invece scelto di mettersi al servizio passivo dei colossi finanziari che stanno strozzando l’economia del continente, ben rappresentati dal governo che abbiamo.
Si tratta della campagna elettorale statunitense che si gioca anche su questi terreni.
Perché è completamente FALSO ciò che sostengono i beceri complottisti che presentano Romney e Obama come due facce della stessa medaglia. E’ una idiozia bella e buona. Come a dire che se nel 1932 invece di Franklin Delano Roosevelt fosse andato al potere il suo avversario sarebbe stato uguale oppure se nel 1960 invece che Kennedy avesse vinto Nixon sarebbe stata la stessa cosa. O -nel caso dell’Ecuador- se invece di vincere nel 2007 Rafael Correa avesse vinto il suo antagonista (laico, social-democratico, libertario, ma guarda caso amante delle multinazionali Usa) non sarebbe cambiato nulla. Il che autorizza e spinge a pensare che se in Sicilia vince Cancellieri o Miccichè è la stessa cosa, così come è la stessa cosa se le primarie del PD le vince Nichi Vendola o Matteo Renzi. Non è così. Ma soprattutto non è così che si legge la Politica.
Esiste un “potere forte” che è molto più forte di qualsivoglia altro potere: è il “potere personale”, ed è quello manifestato nella Storia, negli ultimi 10.000 anni, in tantissimi frangenti. Sono gli individui che hanno fatto la differenza, e si sono assunti la responsabilità di operare cambiamenti epocali. E’ avvenuto, è accaduto. Se non fosse così, il fascismo appena insediato, nel maggio del 1924 non avrebbe deciso di far assassinare Giacomo Matteotti, tanto un socialista valeva l’altro. E invece non era così.
Non è così, e non sarà mai così.
Se vince Romney vincono gli strozzini della finanza che vogliono de-industrializzare l’Europa e cinesizzare il mercato del lavoro per schiavizzarci definitivamente.
Se vince Obama, non saranno affatto rose e fiori. Ma una cosa è certa. 24 ore dopo la sua vittoria che io fortemente auspico, si apre “il Grande Contenzioso” e lì avremo una carta e una possibilità da giocarci tutti.
Perché il vero nemico degli Usa è la Cina.
Il vero nemico americano è lo yuan che sta per sostituire il dollaro, ed è ciò che vogliono i colossi finanziari. E quindi, Obama, per salvaguardare il suo impero e combattere lo yuan, deve “assolutamente” abbattere l’euro, moneta solo virtuale, sull’orlo del collasso, sostenuta soltanto dai cinesi a Hong Kong in funzione anti-americana. Sono due prospettive opposte, altro che uguali!
Volete uscire dall’euro? Volete che la BCE venga messa all’angolo? Volete che ci sia anche una possibilità di abbattere il fiscal compact?
Sperate, allora, che vinca Obama.
Lì, a Washington, Paul Krugman, John Stiglitz, Nouriel Roubini e Christina Rohmer, stanno già scaldando i motori. Lo sanno benissimo qual è la posta in gioco, e sanno quale sia il fronte della battaglia, e come combatterla.
In Italia, non hanno neppure capito che stiamo in guerra.
Anche perché nessuno spiega il funzionamento dell’attuale quadro geo-politico.
Va da sé che non è certo casuale.

Fonte: sergiodicorimodiglianji.blogspot.it

LA BANCA CENTRALE PUBBLICA DELL’ARGENTINA E’ UN FARO PER LA DEMOCRAZIA NEL MONDO

Quando l’equipaggio di una nave si trova in mare aperto, nel mezzo di una tempesta, e di una Tempesta Perfetta per giunta, l’unica cosa che vorrebbe disperatamente scorgere all’orizzonte è la luce di un faro. La salvezza, la terraferma. In Argentina, all’estremità sud del paese, poco più a est della Terra del Fuoco, si trova una piccola isola, quasi uno scoglio in verità, dove c’è un antico faro dal nome evocativo: il Faro della Fine del Mondo. Poco più in là c’è l’Antartide, con le sue immense distese di ghiaccio, voltandosi indietro si intravedono invece le sconfinate e rigogliose praterie argentine. E in mezzo il Faro. Un luogo magnifico ai confini del mondo, che non a caso lo scrittore francese di romanzi d’avventura Jules Verne, l’autore di “Ventimila leghe sotto i mari”, ha utilizzato per ambientare uno dei suoi libri meno conosciuti: “Il faro in capo al mondo”. In effetti a partire dal 1991, il faro argentino ha perso il primato di essere quello più a sud del mondo, perché né è stato costruito uno a Capo Horn in Cile, ma rimane sicuramente il monumento più antico e famoso, che oggi più che mai rappresenta un vero spartiacque simbolico di civiltà. Una speranza per tutti i naviganti che transitano da quelle parti e sono sommersi e travolti dalle onde della Tempesta Perfetta globale, senza sapere ancora come venirne fuori e quali strumenti utilizzare per domarla.

In perfetta analogia, l’Argentina guidata dalla presidentessa Cristina Kirchner, così come il Venezuela di Chavez, l’Ecuador di Correa, la Bolivia di Evo Morales, è diventato un faro, una speranza per quei popoli del mondo, dall’Europa alla Cina passando per gli Stati Uniti, che oggi aspirano a ripristinare un regime democratico al servizio dei cittadini e dei diritti umani, dopo essere stati soppressi e repressi dall’occupazione quasi militare dei tecnocrati, dei faccendieri, dei politicanti, degli elefantiaci apparati dirigisti che lavorano alacremente  soltanto per tutelare gli interessi delle lobbies finanziarie, dei comitati d’affari, delle corporazioni multinazionali. Un abisso di distanza in termini di cammino evolutivo della civiltà, che è ancora più accentuato dal fatto che la censura della propaganda di regime dilagante in Europa impedisce a noi cittadini di sapere cosa stia accadendo esattamente in Sudamerica, visto che gli organi di informazione su ordine preciso dei loro potenti committenti hanno completamente tagliato fuori dai circuiti della stampa e della televisione le notizie provenienti da quei paesi. Senza andare troppo per il sottile, il continente sudamericano è stato letteralmente cancellato dalle carte geografiche del mondo, perché i cittadini lobotomizzati e teleguidati d’Europa e degli Stati Uniti non devono sapere nulla dei cambiamenti che stanno avvenendo laggiù. I drastici mutamenti di paradigma rispetto al dogmatismo medievale dell’Occidente, con il loro cattivo esempio, potrebbero infatti spezzare di colpo la catena psicologica su cui si fonda gran parte dell’egemonia totalitarista che ci governa: TINA, There Is No Alternative, non c’è nessuna alternativa alla tecnocrazia neoliberista, si fa come dicono loro e basta. E invece, al pari di ogni altra questione che coinvolge la vita umana, l’alternativa c’è, eccome se c’è. E si chiama Argentina.
La storia della crisi e successiva rinascita dell’Argentina è abbastanza nota e per certi versi, soprattutto nelle caratteristiche della fase di declino, molto simile a ciò che sta accedendo oggi nell’eurozona. Con il pretesto di creare maggiore stabilità nei rapporti commerciali con l’estero e in particolare con gli Stati Uniti, nel 1991 il governo Menem decide di ancorare il cambio del peso al dollaro, con una scellerata parità fissa di 1:1 che ovviamente apprezzava troppo la moneta argentina rispetto alla valuta statunitense. Il risultato è stato che per un certo periodo di tempo per gli argentini è stato molto conveniente importare prodotti dall’estero prezzati in dollari e questo eccessivo ricorso alle importazioni ha creato un deficit permanente nella bilancia commerciale, che è stato inizialmente compensato dal notevole afflusso di capitali e investimenti esteri. Sull’onda di questa maggiore fiducia e apertura del governo alle imprese straniere, le multinazionali americane ed europee strapparono facilmente diverse concessioni per gestire i servizi essenziali un tempo pubblici, dagli acquedotti all’energia, dall’industria estrattiva e mineraria alle telecomunicazioni, esportando i profitti in patria, lontano dall’Argentina, e ponendo le basi per un maggiore indebitamento estero del paese. Sia i titoli finanziari privati che quelli pubblici argentini, i famigerati Tango Bonds, venivano piazzati in tutto il mondo assicurando alti rendimenti agli investitori e fornendo un’illusoria parvenza di stabilità economica del paese. Si trattava però di un equilibrio molto precario e sono bastati gli effetti di contagio della crisi delle borse asiatiche del 1997 per mettere in ginocchio il paese e svelare al mondo la reale insostenibilità del suo straordinario sviluppo economico.

I capitali esteri sui quali si fondava il sostanziale equilibrio contabile della bilancia dei pagamenti cominciano afuggire dal paese, gli investitori più accorti vendono in fretta i titoli argentini per limitare le perdite e il governo si vede costretto a bruciare notevoli quantità di riserve di moneta estera per mettere in condizione i debitori di rimborsare i debiti contratti, ad imporre riforme di austerità per rastrellare liquidità dal basso e ad aumentare itassi di interesse a livelli non più credibili, per favorire l’arrivo di nuovi capitali dall’estero. Questo circolo viziosodura fino a dicembre del 2001 quando, sulla spinta delle proteste popolari, il governo decide di dichiararedefault sul debito estero denominato in dollari, che ammontava a circa $95 miliardi, e i suoi maggiori rappresentanti sono costretti a scappare in elicottero dal paese per evitare il linciaggio

Da quel momento in poi si apre una pagina del tutto nuova nella storia dell’Argentina. Nel maggio 2003, dopo la parentesi della presidenza di Eduardo Duhalde durata due anni, viene eletto a capo del paese Nestor Kirchner, che comincia fin da subito un lungo braccio di ferro con il Fondo Monetario Internazionale per rinegoziare lecondizioni di rimborso del debito: l’Argentina vuole ripagare i debiti ma secondo le sue modalità e i suoi tempi e non accettando passivamente le severe scadenze imposte dai creditori. In secondo luogo, con un piano progressivo di ristrutturazione il governo argentino si riappropria della gestione dei servizi pubblici essenziali, estromettendo le multinazionali, per consentire innanzitutto un maggior controllo sui prezzi di erogazione, e questo atteggiamento contrario agli interessi privati dei grandi colossi internazionali inasprisce i rapporti con il FMI, che delle loro logiche predatorie e parassitarie è il tutore a livello globale. A peggiorare ancora di più la situazione, Kirchner avvia politiche sociali per ridurre la povertà e la disoccupazione, cosa anche questa che fa infuriare il FMI, che proprio sulle ampie sacche di povertà e disoccupazione prodotte dalle sue stesse ricette di austerità crea i presupposti per fornire manovalanza a buon mercato per le multinazionali.

Mentre continua senza sosta il duello frontale a distanza fra governo argentino e FMI, la rapida svalutazione delpeso rispetto al dollaro seguita al default, che si aggira intorno al 200% con un rapporto di cambio ora più realistico e aderente alle esigenze dell’economia argentina di circa 3 pesos per un dollaro, fornisce intanto undoppio beneficio per la bilancia commerciale del paese: da un lato favorisce le esportazioni e dall’altro rende più costose le importazioni, a tutto vantaggio delle produzioni locali. Lentamente l’Argentina riesce a rimettere ordine nei suoi conti disastrati, anche se bisogna subito sottolineare, come già evidenziato in uno splendido articolo pubblicato sul blog Voci dall’Estero, che non è affatto basata sulle esportazioni la grande ripresa economica dell’Argentina, la quale dura inarrestabilmente dal 2° trimestre del 2002 fino ad oggi. Durante ilperiodo che va dal 2002 al 2011, lo stesso FMI certifica una crescita cumulata del PIL argentino del 94%, che equivale esattamente ad una straordinaria media annua del 9,4% (al pari se non più della stessa Cina), mentre il contributo delle esportazioni sul PIL cumulato nella fase più forte di espansione (2002-2008) si limita ad un modesto 7,6%, cioè solo il 12% del totale. Troppo poco per essere un fattore realmente decisivo e determinante. Se esaminiamo il grafico sotto possiamo in effetti notare che le esportazioni sono cresciute in valore, ma in relazione al ritmo travolgente di aumento del PIL l’apporto dell’export è diventato sempre più marginale e decrescente e se consideriamo infine il saldo netto fra export ed import avremo addirittura un risultato negativo (importazioni di poco superiori alle esportazioni).
Ciò significa che la violenta accelerazione del PIL argentino è dovuta evidentemente ad altri fattori e in particolar modo proprio ai due elementi che vengono sempre ignorati nei programmi di “austerità espansiva” (un imbarazzante e assurdo ossimoro che circola impunemente nei messaggi rassicuranti della propaganda asservita, perché come stiamo sperimentando sulla nostra pelle, nel mondo reale non ci può essere mai crescita economica quando si tagliano le spese e si aumentano le tasse) promossi in Europa, negli Stati Uniti e nel mondo dalle orde oscurantiste e dogmatiche di neoliberisti al governo: l’aumento dei consumi e degli investimenti interni (rispettivamente il 45,4% e il 26,4% del totale). Entrambi questi obiettivi sono i più abbordabili da raggiungere per un governo che ha piena disponibilità della sua moneta e di tutte le leve di politica economica, a dimostrazione ancora del fatto che per avvicinare traguardi importanti e ambiziosi spesso bisogna seguire le vie più semplici e dirette, senza complicarsi la vita con gli inutili e pretestuosi tecnicismi inventati di sana piana per confondere le acque e i malsani suggerimenti di cattedratici ampollosi, arroganti, autoreferenziali, corrotti e distanti anni luce dalla realtà della vita quotidiana e dalle esigenze materiali di milioni di individui. Se vuoi aumentare i livelli di spesa, la crescita economica di un paese, devi mettere in condizione cittadini e aziende di spendere e di investire. Chi non capisce questo semplice concetto o è stupido o è stato pagato a sufficienza per far finta di essere stupido.

Ma come si è potuta ottenere in Argentina un’esplosione così travolgente e rapida di tali fattori? Semplice, lo Stato argentino, sotto la guida di Nestor Kirchner prima e della moglie Cristina Fernandez a partire dal 2006, ha ricominciato ad attuare normalissime politiche economiche attive a sostegno della popolazione senza trincerarsi più dietro il vile arretramento imposto dalle cure indigeste del FMI e soci. Un esempio evidente è il programma di inserimento “Jefes de Hogar” (Capi Famiglia), tramite il quale sono stati messi a lavorare nel settore pubblico, in impieghi socialmente utili e spesso part-time, ben 2 milioni di disoccupati in un solo anno(il 13% della forza lavoro attiva), che dall’assenza di mezzi monetari hanno adesso un salario minimo garantitocon cui potere soddisfare i bisogni primari del proprio nucleo familiare e programmare gli investimenti futuri. Il governo argentino ha poi direttamente organizzato progetti a livello federale, statale e locale e tra questi: grandi investimenti infrastrutturali e iniziative di riciclaggio, progetti di irrigazione e rinnovamento del suolo, assistenza sanitaria e centri diurni, pasti e rifugi per i senzatetto, biblioteche pubbliche e programmi ricreativi, agricoltura di sussistenza e programmi di assistenza agli anziani, centri contro la violenza in famiglia, e molte altre attività sociali. I posti di lavoro così creati nel settore pubblico non solo hanno prodotto reddito, occupazione, rilancio dei consumi e dell’attività produttiva, ma anche qualificazione, istruzione e formazione per tutti i partecipanti, credenziali queste che possono essere rivendute in futuro anche nel settore privato.
 
Ma come ha potuto il governo argentino finanziare tutte queste attività? Anche in questo caso la risposta è abbastanza semplice: la banca centrale, il Banco Central de la Republica Argentina, ha rinunciato al dogma inutile e controproducente dell’autonomia e indipendenza e si è messa al servizio del governo argentino, finanziando la sua spesa pubblica tramiteemissioni di nuova base monetaria (riserve bancarie elettroniche, banconote, monete metalliche). Analizzando i contributi netti al PIL cumulato nel periodo 2002-2011, avremo così che la spesa pubblica si aggira intorno alla considerevole quota del 35%: una cifra importante ma in verità molto inferiore rispetto per esempio alla spesa pubblica annuale in Italia, che supera spesso il 50% del PIL complessivo della nazione. Tuttavia, essendo stata convogliata verso finalità utili e redditizie e avendo messo soprattutto nuovi mezzi monetari nelle mani di chi per ovvi motivi ha più tendenza a spendere e consumare rispetto alla sterile tesaurizzazione precauzionale dei risparmi, la spesa pubblica argentina ha subito prodotto effetti positivi di espansione economica a tutti i livelli.

Da notare anche che l’Argentina non si è volontariamente ingabbiata in frustranti vincoli di pareggio di bilancio, potendo quindi modulare il regime di tassazione progressiva e indiretta in base a quelle che sono lereali esigenze di contenimento dell’inflazione e mantenimento nel tempo del potere di acquisto del peso. InItalia invece non solo la spesa pubblica è sproporzionata e spesso inefficiente, ma i cittadini e le aziende sono pure gravati da un prelievo fiscale tra i più alti del mondo, che annulla sul nascere qualsiasi tentativo di mettere in atto politiche espansive. Mentre in Argentina si creano soldi dal nulla e questi soldi vengono spesi nell’economia reale, in Italia si prendono in prestito soldi dai mercati finanziari da spendere spesso in modo dissennato e a vantaggio di una ristretta casta di privilegiati e questi soldi più gli interessi devono essere poi prelevati dalle tasche dei comuni cittadini, dei lavoratori e delle aziende, con tutte le nefaste e inesorabili conseguenze che ciò comporta in termini di riduzione dei consumi e degli investimenti. Preso atto di questecircostanze più politiche che strettamente tecniche e della scelta suicida di sottostare ai mercati finanziari, non esiste allora alcun motivo per stupirsi o meravigliarsi se in Argentina l’economia continua a crescere mentre in Italia siamo in profonda recessione. E così strano che scelte tanto distanti fatte a monte dai rispettivi governi si riflettano poi a valle in effetti altrettanto divergenti e contrastanti? Non dovrebbe essere lasemplice matematica a suggerirci che sarebbe andata a finire così?

Fra l’altro il sostegno della banca centrale argentina non si limita soltanto al finanziamento dei piani di spesa pubblica del governo, ma anche ai programmi di ristrutturazione dell’intero sistema economico nazionale, avendo l’istituto appoggiato le iniziative di nazionalizzazione del settore pensionistico (niente di eccessivamente anormale o sconvolgente perché anche in Italia o in Germania gli enti di previdenza, l’INPS e ilDeutsche Rentenversicherung, sono pubblici e nessuno hai mai gridato allo scandalo, accusandoci di statalismo) e delle maggiori imprese di estrazione petrolifera, come nel caso della YPF che prima era in mano alla spagnola Repsol. Queste operazioni del governo argentino sono state necessarie non solo per garantire ai cittadini l’erogazione dei servizi essenziali e la proprietà pubblica delle risorse strategiche, ma anche e soprattutto per difendersi dall’ostilità dei mercati finanziari e dal mancato afflusso di capitali esteri: se i profitti delle multinazionali straniere della finanza e del petrolio se ne vanno all’estero e contemporaneamente nessuno porta nuovi capitali, è chiaro che in assenza di queste drastiche scelte di riappropriazione a tappe forzate delle primarie risorse finanziarie e naturali, l’Argentina sarebbe stata stretta in breve tempo in una nuova morsa dell’indebitamento estero. A parte che bisogna ancora capire cosa ci sia di tanto immorale e sacrilego (agli occhi dei funzionari del FMI e degli squali di Wall Street naturalmente, non dei nostri) nel garantire ai cittadini di uno stato democratico e civile la continuità di erogazione della pensione, dell’elettricità, del gas, del carburante, visto che le privatizzazioni hanno storicamente arrecato più abusi, inefficienze e rendite di posizione, che reali vantaggi per i consumatori. E poi, non è umanamente più giusto e razionale che i profitti ricavati dalle risorse naturali di un territorio vengano redistribuiti tra i cittadini di quel paese, invece di arricchire i forzieri di pochi soggetti privati e persino stranieri?

Domande davvero ingombranti e improrogabili, a cui l’Argentina ha già risposto con fermezza, mentre i nostri governanti farlocchi e mercenari si ostinano ad abbozzare risposte approssimative e balbettanti, non più accettabili come chiusura definitiva e conclusiva del discorso. Si tratta dunque di quel radicale cambio storico di paradigma di cui abbiamo accennato all’inizio, che l’Argentina sta perseguendo con coraggio e determinazione e ha già messo in crisi parecchie volte le vecchie e sclerotizzate plutocrazie occidentali, che ancora hanno in patria la necessaria forza politica e finanziaria per tenere sotto scacco interi governi, sindacati, mezzi di informazione, opinione pubblica. Ma probabilmente il ribaltamento più interessante e rivoluzionario riguarda appunto lo stesso ruolo della banca centrale, che in Occidente riveste obblighi di tutela degli interessi privati e di stabilità dei prezzi, mentre in Argentina ha più decisamente intrapreso la strada della lotta alla disoccupazione e alla povertà, del sostegno all’economia reale, della stabilità finanziaria nel suo complesso, di cui il contenimento dell’inflazione rappresenta solo un tassello importante ma non prioritario. E i risultati raggiunti sembrano fino ad oggi premiare tutte le scelte fatte dalla banca centrale argentina perché la disoccupazione è scesa dal devastante 54% del 2001 all’8,3% (meno di Italia e Stati Uniti, e nulla in confronto ai livelli occupazionali e ai disagi sociali di Spagna e Grecia), il salario minimo garantito è cresciuto di ben otto volte, il PIL è in continua ascesa, il debito pubblico è diminuito dal 166% al 48%, gli interessi sul debito sono passati dal 21,9% al 6% del bilancio, il tasso di povertà è crollato dal 45% al 14%, con la povertà estrema ben inferiore al 7% (vedi grafico sotto). Dati entusiasmanti che fanno impallidire gli inqualificabili governi del rigore e dell’austerità disseminati in tutta Europa, in cui questi indici di prestazione economica e sociale sono tutti inesorabilmente e drammaticamente in caduta libera.


L’unica vera incognita in questa carrellata di successi di politica economica è il dato sull’inflazione che secondo fonti governative sarebbe intorno al 10% annuo, mentre secondo i calcoli degli analisti del FMI avrebbe già sforato il 25%. Ed è proprio su questa interminabile diatriba riguardo ai tassi di inflazione e di crescita che è natol’acceso scontro al vertice fra le due Cristine (descritto magistralmente dal grande Sergio di Cori Modigliani sul blog Libero Pensiero). La battagliera presidentessa argentina risponde colpo su colpo all’algida e inflessibile direttrice del FMI Christine Lagarde, che proprio in questi giorni ha estratto il primo cartellino giallo nei confronti dell’Argentina in attesa di ricevere dati economici più affidabili entro dicembre, ottenendo in tutta risposta la pronta replica di Cristina Kirchner: “il mio paese non è una squadra di calcio. È un paese sovrano e, come tale, non ha intenzione di accettare una minaccia“. La situazione insomma è abbastanza compromessa e surriscaldata, ma in questa contesa cruciale per il destino e il significato stesso della sovranità democraticadi una nazione, l’Argentina per nostra fortuna non intende arretrare di un passo, potendo contare sull’appoggio degli altri paesi sudamericani alleati e facendo da apripista per tutti quegli stati non più sovrani che vorrebbero magari in un prossimo futuro svincolarsi dalla stretta mortale del FMI e dell’Unione Europea (sono la stessa cosa, perché uno è il corollario dell’altra e viceversa), come la Grecia, la Spagna e la stessa Italia. In effetti, numeri alla mano, basterebbe solo mettersi d’accordo su quali beni e servizi considerare all’interno del paniere come base di calcolo dell’inflazione e il discorso sarebbe chiuso univocamente, anche se rimarrebbe ancora aperta la questione dell’aumento fittizio dei prezzi di alcuni prodotti agricoli ed alimentari dovuto alla speculazione finanziaria e alle scommesse sui derivati future
 
Fra l’altro, come ha già dimostrato l’ottimo Giovanni Zibordi sul sito Cobraf, si potrebbe procedere anche ad uncalcolo indiretto dell’inflazione tramite il tasso di cambio delle valute nazionali in un regime di cambi flessibili, dato che tale rapporto riflette più o meno i livelli relativi dei prezzi interni ai due paesi presi in esame. A parte infatti le compravendite di moneta che avvengono a titolo puramente speculativo sui mercati valutari, un residente di un paese cambia la sua valuta in una valuta estera solo quando deve comprare dei prodotti da importare da quel dato paese e quindi lo stesso tasso di cambio delle due divise si allineerà in un certo senso al prezzo dei prodotti che verranno scambiati nei flussi incrociati fra i due paesi: più alto sarà il differenziale di inflazione del primo paese rispetto al secondo e maggiore sarà la svalutazione della sua moneta rispetto alla moneta del secondo paese, perché a parità di volumi di merci scambiate sarà più elevata l’offerta di moneta del paese più inflativo rispetto a quella del paese meno inflativo. Utilizzando questo semplice meccanismo, se confrontiamo il valore iniziale di cambio nel 2002 di 3 pesos per 1 dollaro con quello attuale di 4,7 pesos per un 1 dollaro avremo una svalutazione complessiva del peso del 56% rispetto al dollaro, e ricavando nel periodo considerato un’inflazione media negli Stati Uniti pari al 2,5%, avremo che l’inflazione media annua in Argentina in questi ultimi dieci anni sarebbe stata intorno all’8,1%, ben lontana dai picchi del 25% annui stimati dal FMI. Questo è lo stesso motivo per cui oggi possiamo dire con pochi margini di errore che l’uscita dall’euro della Grecia comporterebbe una svalutazione del 70% della nuova dracma nei confronti dell’euro, perché la somma dei suoi differenziali di inflazione rispetto alla media europea porterebbe a questo risultato. Mentre per la medesima ragione, a prescindere dai numeri catastrofici e dagli allarmismi ingiustificati sparsi a caso dalla propaganda per terrorizzare la gente, la svalutazione della lira sarebbe intorno al 20%. I numeri non sbagliano, mentre le voci di popolo sono e rimarranno sempre voci di popolo.

Ma a parte i semplici strumenti analitici dell’economia che porterebbero a smontare la tesi del FMI e tralasciando per il momento il fatto che questi conteggi manterrebbero sempre un certo grado di approssimazione per la solita storia della differenza sostanziale di calcolo dell’inflazione negli Stati Uniti e in Argentina, la faccenda è più prettamente politica, morale, filosofica che tecnica. Quello che l’Argentina sta cercando di dimostrare al mondo intero è che l’inflazione non può essere considerato l’unico parametro di valutazione dello stato di salute e benessere di un paese, perché ne esistono molti altri, primi fra tutti i dati sull’occupazione e la povertà, e su questo versante non ci sono dubbi che l’Argentina sia un paese virtuoso perché sta utilizzando tutti gli strumenti fiscali e monetari a disposizione nel solo interesse del bene del suo popolo. Mentre al contrario, l’Europa con la sua maniacale e ossessiva fissazione sul dogma della bassa inflazione di derivazione monetarista e neoliberista, sta portando alla deriva la stabilità sociale, inasprendo i conflitti ecreando immense sacche inferocite di disoccupati e nuovi poveri

Per capire meglio questo concetto, sarebbe opportuno rileggere con molta attenzione le parole del giovane economista argentino Ivan Heyn, morto suicida in un albergo a Montevideo a dicembre scorso in circostanze sospette, dopo aver partecipato “guarda caso” ad un turbolento incontro con i funzionari del FMI: “Che cosa me ne importa a me di avere un’inflazione al 3% come avete voi in Europa essendo infelici tutti, se io posso dare felicità alla mia nazione con un’inflazione al 30%? Lo so da me che va abbassata, ho studiato economia anch’io. Lo faremo. Ma lo faremo soltanto quando ci saremo ripresi tutti. Non prima. La felicità ha valore soltanto se può essere condivisa collettivamente, è una teoria economica, questa, e mi meraviglio che lei che viene dal Primo Mondo non lo sappia. La felicità per pochi privilegiati, non è vera felicità, è avidità bulimica. E’ un peccato mortale. Lo sa anche il papa. E noi siamo cattolici” (riferimento tratto sempre dal blog di Sergio di Cori Modigliani, che conosce molto bene come vanno realmente le cose in Argentina avendoci vissuto per parecchi anni). Una dichiarazione molto simile per certi versi agli illuminanti e memorabili discorsi dell’indimenticato presidente partigiano Sandro Pertini, quando diceva che un popolo povero, affamato, poco istruito, privo di giustizia sociale non può essere libero e la libertà è il maggiore valore fondante di una democrazia.

E’ chiaro che in una fase di crescita economica tumultuosa come questa, il dato secco dell’inflazione passa in secondo piano rispetto ai parametri da cui può eventualmente scaturire un’impennata improvvisa dell’inflazione, che malgrado tutti i tentativi diffamatori e lesivi in Argentina non c’è ancora stata: livello di piena occupazione, saturazione della capacità produttiva,politiche salariali troppo espansive, aumento delladomanda aggregata non più corrisposto da un contemporaneo aumento dell’offerta aggregata, mancanza di controllo sui prezzi, squilibri permanenti nelle partite correnti con l’estero. Siccome l’Argentina è ancora ben lontana dal raggiungimento di questi traguardi o fenomeni tipici della fase finale di un ciclo economico, ecco che il problema dell’inflazione per tutti i funzionari del governo e della banca centrale è in realtà un falso problema. E la grintosa governatrice del Banco Central Mercedes Marco del Pont (foto sopra: ogni paese ha le donne di potere che si merita, noi purtroppo abbiamo la Bindi, la Santanchè, la Tarantola e la Fornero) può orgogliosamente dichiarare che approvando ad aprile scorso la nuova Carta Organica, l’istituto sarà legato a doppio filo con le politiche del governo rinunciando alla pretesa di autonomia che non porta a nulla, tranne alla deflazione e recessione perenne. E secondo il nuovo statuto la missione primaria e fondamentale della banca centrale argentina non sarà soltanto “preservare il valore della moneta ma includerà anche lo sviluppo economico con giustizia ed equità sociale, l’occupazione e la stabilità finanziaria. Un vero schiaffo di sfida nei confronti di tutti i principi antidemocratici e i valori antiumani su cui si è fondata nel tempo la supremazia schiacciante e scriteriata della finanza rispetto alle istanze razionali ed etiche degli stati ancora sovrani di gestire l’economia in modo sostenibile e solidale:

1)   Lo sviluppo economico non piace alla finanza, perché quando i redditi si espandono, gli affari vanno bene, i debitori pagano i creditori, è difficile mettere in atto strategie di espropriazione di ricchezza ed estrazione di valore dal basso verso l’alto

2)   La giustizia e l’equità sociale è una vera bestemmia per la finanza, che ha costruito le sue fortune sulla più diseguale redistribuzione e concentrazione di ricchezze nelle mani di pochi oligarchi che il mondo abbia mai conosciuto
                       
3)   L’occupazione non è mai stato un reale obiettivo della finanza, visto che, a parte gli istantanei guadagni speculativi sulle aspettative e sui dati forniti periodicamente dal governo, produce una maggiore spinta al rialzo dei salari dei lavoratori e minori rendimenti e profitti per gli investitori
 
4)   La stabilità finanziaria non è mai stata una condizione propizia per chi vive di rendita e di speculazione, dato che riduce la volatilità dei titoli e la possibilità di fare grandi profitti in poco tempo.

Non ci stupisce quindi tutta questa ostilità nei confronti dell’Argentinasospinta e sobillata dagli ambienti che contano di Wall Street, della City di Londra, di Berlino, di Parigi, di Hong Kong, di Tokyo. Una carta di intenti di questo tipo avrà fatto sussultare sulla sedia migliaia di manager e dirigenti di grandi gruppi finanziari, che credono ancora per abitudine e convenienza che la banca centrale sia soltanto un ente privato al loro servizio, il cui unico scopo sia quello di fornire quantità illimitate di liquidità a comando e di mantenere nel contempo un alto valore e potere di acquisto degli immensi patrimoni accumulati. Un’istituzione chiusa e relegata al solo settore bancario e finanziario, come un vero e proprio Fortino Militarizzato di Ricchezze, che ha l’obbligo categorico di frenare qualunque assalto della società civile, dello Stato e della cosiddetta economia reale, ogni volta che questi ultimi rivendicano il sacrosanto diritto di avere i mezzi di pagamento necessari per un corretto funzionamento dei flussi commerciali e una migliore redistribuzione delle risorse finanziarie.

Non a caso le riviste patinate più vicine al mondo finanziario hanno subito inserito la governatrice argentina Del Pont nella lista dei 10 peggiori banchieri centrali del mondo, basandosi evidentemente soltanto su preconcetti, pregiudizi o semplice antipatia personale perché in verità dati reali che confermino inconfutabilmente l’incompetenza e inefficienza della funzionaria ancora non ne esistono. La solita accusa meccanica e infondata che l’eccessivo ricorso alla creazione di nuova base monetaria, volgarmente chiamata “stampa di moneta”, porterà prima o dopo all’iperinflazione della Repubblica di Weimar o dello Zimbabwe dimostra invece una totale ignoranza dei meccanismi moderni di circolazione della stessa base monetaria (formata per il 97% da riserve bancarie elettroniche e solo per il restante 3% da banconote e monete metalliche), che è praticamentetutta interna al circuito interbancario, emergendo in superficie soltanto quando le banche concedono prestitiai clienti o i clienti stessi prelevano allo sportello questi soldi virtuali ottenendo in cambio banconote. Solo così le famose banconote, che passando rapidamente di mano in mano farebbero aumentare la velocità di circolazione del denaro e innalzare di conseguenza l’indice dei prezzi al consumo, avrebbero un reale effetto inflativo, mentre in caso contrario l’unico modo in cui un banchiere centrale potrebbe assumersi la diretta responsabilità di aumentare la quantità di moneta circolante e produrre inflazione è quello di lanciare banconote da un elicottero. Con buona pace di tutti gli incalliti e retrogradi monetaristi, neoliberisti, devoti della sacralità dell’autonomia, della bassa inflazione e della rarefazione monetaria, il sistema monetario moderno funziona così e prima o dopo dovranno farsene una ragione. E’ l’inflazione a trainare la maggiore offerta di moneta da parte della banca centrale e non viceversa, così come è sempre l’inflazione ad influenzare in prima battuta la svalutazione della moneta e non viceversa (in seconda e terza battuta rientrano invece gli squilibri delle partite correnti con l’estero e le compravendite di moneta sui mercati valutari).

L’esperienza del Canada, che ha una banca centrale simile a quella argentina autorizzata a supportare direttamente il governo e a partecipare alle aste primarie di collocamento dei titoli di stato (come accadeva in Italia prima del divorzio fra Ministero del Tesoro e Banca d’Italia del 1981), è abbastanza emblematica: malgrado la banca centrale abbia da sempre “stampato” moneta in accordo con il governo, in Canada, dal dopoguerra ad oggi, non abbiamo mai assistito  a fenomeni iperinflazionistici. In sistemi invece meno solidali nella collaborazione con i governi e più orientati a foraggiare illimitatamente i circuiti bancari privati, come quello degliStati Uniti, Gran Bretagna, Giappone, le rispettive banche centrali hanno allagato il mercato interbancario conimmense iniezioni di liquidità, attraverso le cosiddette operazioni di quantitative easing, senza che questo diluvio abbia aumentato di un centesimo di punto percentuale l’inflazione percepita. Una simile circostanza è giustificata dalla semplice considerazione che queste quantità incalcolabili di riserve bancarie elettroniche sono appunto riserve e a parte l’irrisoria percentuale di richieste di conversione in banconote circolanti da parte dei clienti delle banche, il loro destino è già segnato: vengono custodite gelosamente nei conti di deposito dei singoli istituti presso la banca centrale in qualità di asset infinitamente negoziabile e liquido, trasferite senza sosta da un conto all’altro in cambio di titoli, utilizzate per compensare i pagamenti incrociati fra una banca e l’altra, senza mai vedere la luce del sole. 

L’unico modo, ripetiamo, per aumentare la massa di moneta circolante, ovvero i nostri depositi bancari e le banconote, è una maggiore attività creditizia delle banche commerciali, che come sappiamo può avvenire solo quando esiste una reale domanda di prestiti del mercato, sono verificate le garanzie fornite e i parametri di rischio del debitore, sono rispettati i requisiti patrimoniali della banca come richiesto dagli accordi bancari internazionali di Basilea. E sappiamo purtroppo per esperienza che quando l’attività creditizia delle banche è fuori controllo (boom), non solo ci sono rischi incombenti di inflazione (magari limitati ad un solo settore, come quello immobiliare), ma anche reali possibilità di nascita di bolle speculative che coinvolgono a cascata tutti gli altri settori, gli altri paesi fino a creare le premesse di interminabili crisi finanziarie globali. Così come sappiamo che quando l’attività creditizia si riduce drasticamente (crunch), la scarsità di moneta circolante che ne deriva può creare disastrosi effetti di deflazione dei prezzi, dei salari e depressione di un’intera economia. Gli enti governativi di vigilanza, in perfetta sintonia con le politiche monetarie di controllo dei tassi di interessi della banca centrale, dovrebbero essere efficienti e tempestivi abbastanza per mantenere un dosaggio equilibrato e stabile dell’attività creditizia, intervenendo direttamente solo in caso di evidenti deviazioni sia nell’uno che nell’altro verso.        

L’Argentina quindi, alla faccia di tutti i suoi detrattori, parte avvantaggiata sul versante della prevenzione dell’inflazione (e deflazione) anche per questo motivo: ha un settore bancario molto ridotto e in gran parte nazionalizzato, un’attività creditizia scarsa e frammentaria, un controllo di vigilanza molto preciso e puntuale da parte della sua banca centrale. Con queste premesse, è difficile che ci possano essere nell’immediato aumenti imprevisti di moneta circolante, eccessi di debito privato e quindi eventuali pericoli di inflazione, che non siano direttamente collegabili alla sola spesa pubblica dello stato, ed è forse questo ilmaggiore fattore che ha determinato il successo economico dell’Argentina: non la statalizzazione massiccia, ma la concentrazione dei flussi finanziari all’interno di canali molto esegui, visibili e facilmente controllabili. Al contrario di ciò che accade in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone, non esistono in Argentina grandi gruppi finanziari e gigantesche corporazioni predatorie, fondi pensioni privati, banche ombre (shadow banks), banche d’affari, banche d’investimento specializzate in strumenti derivati, che possono soggiogare lo stato, orientare le scelte politiche e reprimere a loro vantaggio le richieste dell’economia reale sempre più allo sbando. Come dimostrato in un recente studio dal titolo già di per se molto eloquente “Too much finance?”, scritto da tre importanti economisti, tra cui l’italiano Ugo Panizza, per conto dello stesso FMI, non esiste uncollegamento diretto fra le dimensioni del settore finanziario e la crescita economica di un paese, anzi i dati dimostrano che aree con imprese finanziarie molto sviluppate, aggregate e ramificate spesso soffrono di prolungati periodi di recessione, mentre regioni in cui il settore finanziario è trascurabile, limitato e controllato sono protagoniste di altrettante fasi di espansione economica. Un’evidenza empirica che ancora una volta da ragione alle scelte intraprese dall’Argentina e dovrebbe mettere in guardia tutti i ministeri dell’economia e delle finanze, gli enti di vigilanza e le banche centrali sparse nel mondo.
L’unico serio rischio che corre l’Argentina è quello dell’isolamento, promosso dallo stesso FMI e dal boicottaggio delle nazioni neoliberiste europee, asiatiche, americane, che a lungo termine può compromettere la stabilità dei conti esteri. Ma anche qui la combattività del governo e della banca centrale, ispirata forse dal temperamento delle due donne al comando, non mostra segni di cedimento e in questi ultimi anni l’Argentina ha addirittura raddoppiato le sue riserve monetarie in valuta estera, che saranno utili per difendere o allentare in via preventiva la forza di cambio della valuta nazionale in caso di attacchi speculativi e per evitare ulteriori fughe di capitali all’estero, dovute principalmente ai timori di eccessiva fragilità della divisa nazionale. Considerando l’attuale situazione di equilibrio delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, l’Argentina può dormire ancora sonni tranquilli, anche se prima o dopo parte delle sue riserve valutarie dovranno essere destinate al pagamento delle rate del debito estero congelato alle fasi immediatamente successive la dichiarazione di default del 2001.
Nonostante però tutte le cupe previsioni di crollo imminente, l’ultimo avviso ai naviganti potrebbe essere questo: non abbiate paura, panico, timore di osare, di capire, il Faro argentino rimane sempre lì, invisibile soltanto agli occhi di chi non lo vuole vedere. E un giorno non tanto lontano, se non verremo sospinti dalla tempesta sulle terre gelide dell’Antartide, è possibile che la sua luce intensissima indichi la via agli sparuti naufraghi dell’Occidente e a tutti coloro che sono ancora accecati dai bagliori fatui della propaganda di regime. In fondo, come dicono i Maya, il Giorno della Fine del Mondo si sta avvicinando a grandi passi e per evitare strane sorprese, sarebbe meglio prepararsi per tempo, prendendo spunto da chi è già in salvo e al sicuro.

Qualcuno ancora non ci crede….

Banchiere confessa: omicidi, attentati e rivoluzioni del Bilderberg e del FMI

L’intervista ha avuto luogo il 30 maggio tramite il settimanale russo “NoviDen”.


 Nella foto Josef Ackermann, CEO della Deutsche Bank e membro del Bilderberg


D: Può dirci qualcosa riguardo il suo coinvolgimento nel settore bancario svizzero?

A: Ho lavorato per le banche svizzere per molti anni. Fui designato come uno dei direttori di una delle più grandi banche svizzere. Durante il mio lavoro venni coinvolto nel pagamento, nel pagamento diretto in contanti di una persona che uccise il presidente di un paese straniero. Ero presente alla riunione in cui venne deciso di dare questi soldi in contanti all’assassino. Tale decisione mi ha riempito di rimorsi. Non fu l’unico caso grave, ma fù sicuramente il peggiore. Vennero inviate istruzioni di pagamento su ordine di un servizio segreto straniero, scritte a mano, con le disposizioni di pagare una certa somma ad una persona che aveva ucciso un leader di un paese straniero. E non fù l’unico caso. Abbiamo ricevuto numerose lettere scritte a mano, provenienti da servizi segreti stranieri, che davano l’ordine di pagamenti in contanti, da conti segreti, per finanziare rivoluzioni o per l’uccisione di persone. Posso confermare quello che John Perkins ha scritto nel suo libro “Confessioni di un Sicario Economico”. Esiste veramente un solo Sistema e le banche svizzere hanno le mani in pasta in esso.

D: Il libro di Perkins è stato tradotto ed è disponibile in russo. Ci può dire di quale banca si tratta e chi è il responsabile?

A: Era una delle prime 3 banche svizzere a quell’epoca il responsabile fù il presidente di un paese del terzo mondo. Non voglio però entrare nei dettagli, mi troverebbero facilmente se dicessi il nome del presidente e il nome della banca. Rischio la mia vita.

D: Non è possibile fare il nome di una persona di quella banca?

R: No non posso, ma vi posso assicurare che tutto ciò è accaduto. Eravamo in molti nella sala riunioni. Il responsabile del pagamento fisico del denaro è venuto da noi (dirigenti) e ci ha chiesto se gli fosse consentito il pagamento di una così grande somma di denaro in contanti. Uno dei direttori spiegò lui il caso e tutti gli altri acconsentirono a procedere.

D: Accaddero spesso cose del genere? I soldi erano una specie di fondi neri?

R: Sì. Questo era un fondo speciale gestito in un posto speciale nella banca dove arrivavano tutte le lettere in codice dall’estero. Le lettere più importanti venivano scritte a mano. Una volta decifrate, contenevano l’ordine di pagare una certa somma di denaro da conti per l’assassinio di persone, il finanziamento di rivoluzioni, il finanziamento di attentati e per il finanziamento di ogni tipo di partito. So per certo che alcune persone all’interno del gruppo Bilderberg erano coinvolti in questo genere di operazioni. Hanno dato l’ordine di uccidere.

D: Puoi dirci in quale anno o decade tutto questo è accaduto?

R: Preferisco non darvi l’anno preciso ma è stato negli anni 80.

D: Hai mai avuto problemi con questo lavoro?

R: Sì, un problema molto grande. La notte non riuscivo a dormire e dopo un po’ lasciai la banca. Diversi servizi segreti provenienti dall’estero, soprattutto di lingua inglese, diedero l’ordine di finanziare azioni illegali, compresa l’uccisione di persone attraverso le banche svizzere. Dovevamo pagare, sotto ordine di potenze straniere, per l’uccisione di persone che non seguirono gli ordini del Bilderberg o del FMI o della Banca Mondiale, per esempio.

D: Quella che stai facendo è una rivelazione molto importante. Perché senti il bisogno di dirlo qui e adesso?

R: Perché il prossimo Bilderberg meeting si farà in Svizzera. Perchè la situazione mondiale peggiora sempre di più. Infine perché le maggiori banche Svizzere sono coinvolte in attività non etiche. La maggior parte di queste operazioni sono al di fuori del bilancio. Non sono sottoposte a verifica e non prevedono tasse. Si parla di cifre con molti zeri. Somme enormi.

D: Si parla di miliardi?

A: Molto ma molto di più, si parla di triliardi, illegali, non sottoposti a controllo fiscale. Fondamentalmente si tratta di una rapina per tutti. Voglio dire le persone normali pagano le tasse e rispettando le leggi. Quello che sta accadendo qui è completamente contro i nostri valori svizzeri, come la neutralità, l’onestà e la buona fede. Negli incontri dove fui coinvolto, le discussioni erano completamente contro i nostri principi democratici. Vedete, la maggior parte degli amministratori delle banche svizzere non sono più locali, sono stranieri, soprattutto anglosassoni, sia americani che britannici, non rispettano la nostra neutralità, non rispettano i nostri valori, sono contro la nostra democrazia diretta, basta loro usare le nostre banche come mezzi per fini illegali. Utilizzano enormi quantità di denaro creato dal nulla e distruggono la nostra società e distruggono le persone in tutto il mondo solo per avidità. Cercano il potere e distruggono interi paesi, come Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Una persona come Josef Ackermann, che è un cittadino svizzero, è l’uomo di punta di una banca tedesca e usa il suo potere per avidità e non rispetta la gente comune. Ha un bel paio di casi legali in Germania e ora anche negli Stati Uniti. E’ un Bilderberger e non si preoccupa della Svizzera o di qualsiasi altro paese.

D: Stai dicendo che, alcune di queste persone che citi parteciperanno alla imminente riunione del Bilderberg a St. Moritz?

R: Sì.

D: Quindi i partecipanti sono attualmente in una posizione di potere?

R: Sì. Hanno enormi quantità di denaro disponibile e lo utilizzano per distruggere interi paesi. Distruggono la nostra industria e la ricostruiscono in Cina. Dall’altra parte hanno aperto le porte a tutti i prodotti cinesi in Europa. La popolazione attiva europea guadagna sempre meno. Il vero obiettivo è quello di distruggere l’Europa.

D: Pensa che la riunione del Bilderberg a St. Moritz abbia un valore simbolico? Perché nel 2009 erano in Grecia, nel 2010 in Spagna e guardi cosa è successo loro. Può significare che la Svizzera dovrà subire qualcosa di brutto?

R: Sì. La Svizzera, per loro, è uno dei paesi più importanti, perché vi sono immensi capitali. Si riuniscono in Svizzera anche perchè vogliono distruggere ciò che questa terra rappresenta. Capisca che è un ostacolo per loro, non essendo nella UE o nell’euro, non del tutto controllata da Bruxelles e così via. Per quanto riguarda i “valori” non sto parlando delle grandi banche svizzere, perchè non hanno più niente di svizzero, la maggior parte di esse sono guidate da americani. Sto parlando, invece, del vero spirito svizzero a cui la gente comune tiene.
Certo che l’incontro ha e ha avuto un valore simbolico. Il loro scopo è quello di essere una specie di club elitario esclusivo che gestisce tutto il potere, mentre quelli sotto di loro, appassiscono.

D: Pensa che lo scopo del Bilderberg sia quello di creare una sorta di dittatura globale, controllata dalle grandi imprese globali, dove non esisteranno più gli stati sovrani?

R: Sì, la Svizzera è l’unico posto in cui vige ancora la democrazia diretta e lo stato si trova nel mirino di questi gruppi elitari (proprio perchè non è completamente asservito ad essi). Utilizzano il ricatto del “too big to fail”, come nel caso di UBS per far aumentare il debito del nostro paese, proprio come hanno fatto con molti altri paesi. Quello che si deduce è che forse si vuole fare con la Svizzera quello che è stato fatto con l’Islanda, in cui sia banche che paese erano in bancarotta.

D: Anche l’UE è sotto queste influenze negative?

R: Certo. L’Unione europea è sotto la morsa del Bilderberg.

D: Come pensa che si potrebbe fermare questo piano?

R: Beh, questa è la ragione per cui mi rivolgo a voi. La verità. La verità è l’unica strada. Fare luce sulla situazione, esporli ai riflettori. A loro non piace molto essere al centro dell’attenzione. Dobbiamo creare trasparenza nel settore bancario e in tutti i livelli della società.

D: Quello che sta dicendo ora, è che c’è un lato sano del business delle banche svizzere, mentre ci sono delle “mele marce”, cioè alcune grosse banche che fanno cattivo uso del sistema finanziario, per portare a termine le loro attivitù illegali.

R: Sì. Le grandi banche formano il loro personale con i valori anglo-sassoni. Li formano ad essere avidi e spietati. Avidità e spietatezza che stanno distruggendo la Svizzera e tutti gli altri paesi europei e mondiali. Come paese abbiamo, se si guardano le banche piccole e medie, la maggior correttezza finanziaria al mondo. Sono le banche grandi che operano a livello mondiale che sono fonte di problemi. Esse non sono più svizzere e non si considerano tali.

D: Pensi che sia una buona cosa che la gente stia esponendo il Bilderberg e mostrando chi siano veramente i suoi componenti?

R: Il caso Strauss-Kahn dimostra quanto queste persone siano corrotte, mentalmente instabili, sature di vizi, vizi che vengono tenuti nascosti dagli ordini a cui appartengono. Alcuni di loro come Strauss-Kahn stuprano le donne, altri praticano il sado maso, altri ancora si dedicano alla pedofilia, molti si appassionano al satanismo. Quando andate in alcune banche potete vedere chiaramente questi simboli satanisti, come nella Banca dei Rothschild a Zurigo. Queste persone vengono controllate tramite il ricatto data la loro debolezza mentale. Devono seguire ordini o saranno svergognati pubblicamente, distrutti o addirittura uccisi.

D: Da quando Ackermann è nel comitato direttivo del Bilderberg, pensa che abbia preso delle decisioni importanti?

R: Sì. Ma ce ne sono molti altri, come Lagarde, che probabilmente sarà il prossimo capo del FMI, ed è anche un membro del Bilderberg, poi Sarkozy e Obama. Hanno un nuovo piano per censurare Internet, perché Internet è ancora libero. Vogliono controllare e usare il terrorismo per creare il motivo. Potrebbero anche inventarsi qualcosa di orribile per avere la scusa.

D: Quindi è questa la sua paura?

A: Non è solo paura, ne sono certo. Come ho detto, hanno dato l’ordine di uccidere, sono quindi in grado di compiere azioni terribili. Se avessero la sensazione che stanno per perdere il controllo, come nelle rivolte in Grecia e in Spagna, con l’Italia che probabilmente sarà la prossima, allora faranno un altro Gladio. Ero vicino alla rete Gladio. Come sapete istigarono il terrorismo pagandolo con soldi americani per controllare il sistema politico in Italia e in altri paesi europei. Per quanto riguarda l’assassinio di Aldo Moro, il pagamento è stato fatto attraverso lo stesso sistema come ti ho detto su.

D: Ackermann faceva parte di questo sistema di pagamenti?

A: (Sorriso) … E’ lei il giornalista. Guardì come la sua carriera è arrivata rapidamente alla cima.

D: Cosa pensa si possa fare per impedirglielo?

R: Beh ci sono molti buoni libri là fuori che spiegano il contesto e fanno chiarezza sull’argomento, come quello che ho citato di Perkins. Queste persone hanno veramente sicari che vengono pagati per uccidere. Alcuni di loro ricevono i soldi attraverso le banche svizzere. Ma non solo, hanno un sistema capillarizzato in tutto il mondo. Per evitare che esso venga scoperto sono addestrate a fare di tutto. Quando dico di tutto intendo tutto proprio.

D: Attraverso l’informazione si potrebbero sgominare?

R: Sì, bisogna dire la verità. Siamo di fronte a criminali davvero spietati, compresi grandi criminali di guerra. Sono pronti e in grado di uccidere milioni di persone solo per restare al potere e avere il controllo.

D: Può spiegarci dal suo punto di vista, perché i mass media in Occidente se ne stanno più o meno completamente in silenzio per quanto riguarda il gruppo Bilderberg?

R: Perche’ esiste un accordo tra loro e i proprietari dei mezzi di comunicazione. Alle riunioni vengono invitate anche alcune personalità di spicco del mondo dei media, ma viene detto loro di non riferire nulla di ciò che vedono o sentono.

D: Nella struttura del Bilderberg, vi è una cerchia interna che conosce i piani e poi c’è una maggioranza che segue solo gli ordini?

R: Sì. Hai la cerchia interna dedita al satanismo ci sono poi le persone ingenue o meno informate. Alcuni addirittura pensano di fare qualcosa di buono, nella cerchia esterna.

D: Secondo i documenti esposti e le stesse dichiarazioni, il Bilderberg ha deciso nel 1955 di creare l’Unione europea e l’Euro, quindi hanno preso importanti decisioni.

R: Sì e deve sapere che il Bilderberg è stato fondato dal principe Bernardo, ex membro delle SS e del partito nazista lavoro infine anche per la IG Farben, che era una sussidiaria della Cyclone B. L’altro tipo che ha fondato il gruppo era a capo della Occidental Petroleum, che aveva stretti rapporti con i comunisti dell’Unione Sovietica. Lavorarono per entrambe le parti, in realtà, però, queste persone sono fascisti che vogliono controllare tutto e tutti quelli che si frappongono sulla loro strada vengono “rimossi”.

D: Come fanno a mantenere queste operazioni fuori del sistema internazionale Swift?

R: Beh, alcune delle liste Clearstream erano vere in pricipio. Inserirono solo dei nomi falsi per far credere alla gente che l’intero elenco fosse falso. Anche loro fanno degli errori. Il primo elenco era vero e si possono estrapolare un sacco di cose. Vedete, ci sono delle persone in giro che scoprono le irregolarità e poi trasmettono agli altri la verità. Verranno poi ovviamente costituiti disegni di legge che ridurranno al silenzio questo genere di persone. Il miglior modo per fermarli è quello di dire la verità, portando alla luce le loro malefatte. Se non riusciamo a fermarli diventeremo i loro schiavi.

D: Grazie per questa intervista.

D: Grazie per questa intervista.

Traduzione
La fonte originale è stata cancellata ma centinaia di siti avevano già copiato l’articolo

Fonte: http://www.losai.eu/banchiere-confessa-omicidi-attentati-e-rivoluzioni-del-bilderberg-e-del-fmi/#.UG79LK7Lut

Furto INPS (il maggior azionista EquiTaglia)…

HAI VERSATO 19 ANNI DI CONTRIBUTI ALL’INPS? LI HAI PERDUTI !!!
INPS, IL “FURTO ” SILENTE

Migliaia di lavoratori versano i contributi senza poter arrivare alla pensione. Soldi regalati all’ente 

Sono tantissimi ma l’Inps non li quantifica o per lo meno si rifiuta di farlo. Parliamo delle Posizioni silenti, cioè quelle posizioni iscritte all’Inps che hanno versato contributi senza raggiungere i requisiti minimi previsti dalla legge per andare in pensione. Per la pensione di vecchiaia, infatti, legata all’età anagrafica (66 e 67 anni con la riforma Fornero) servono almeno 20 anni di contributi versati nella medesima cassa previdenziale (all’Inps, all’Inpdap, all’Inpgi, etc.). Il problema dei contributi silenti si pone quando un contribuente non raggiunge quel requisito dando origine a quella che sindacati ed esperti previdenziali definiscono senza giri di parole una truffa, un furto.

Mettiamo il caso, infatti, di chi abbia potuto versare contributi solo per 18 o 19 anni: senza raggiungere il requisito minimo di 20, quegli anni non daranno vita ad alcuna pensione. In realtà, si tratta di un caso limite perché essendo molto ridotto il margine di differenza è possibile colmare il vuoto ricorrendo alla contribuzione volontaria cui si può accedere con un minimo di 5 anni di contribuzione versata. Questa si calcola sulla base dell’ultima retribuzione percepita e quindi sale in relazione a quella. Stiamo comunque parlando di cifre consistenti: su uno stipendio di 1300 euro si versa fino a 8000 euro all’anno. Se gli anni da colmare, quindi, ammontano – come nella maggior parte dei casi – a 7, 9 o anche di più si pagano cifre impossibili.

“In questa condizione si trovano moltissime donne – spiega Luigina De Santis, esperta previdenziale dell’Inca- Cgil – perché sono quelle dall’attività lavorativa più incostante e frammentata”. Chi ha versato, ad esempio, 12 anni di contributi, quando arriva all’età per la pensione non si ritrova nulla in mano. “E’ un furto. E’ scandaloso e lo è ancora di più il fatto che l’Inps non dia le cifre esatte di questo fenomeno: si fanno morti e feriti ma non li si vogliono dichiarare” commenta ancora De Santis. Sul problema del silenzio Inps e della indisponibilità a fornire i dati batte anche il deputato radicale Maurizio Turco che sta preparando un’iniziativa eclatante: “Presenterò a breve un progetto di legge per istituire una Commissione di inchiesta con poteri giudiziari per dire una cosa chiara: se l’Inps non ci consegna i dati manderemo i carabinieri a prenderli”. Non avendo a disposizione i dati è molto difficile fare una stima. E infatti di stime non ce ne sono. Si possono fare delle valutazioni induttive. Ad esempio, una fonte rilevantissima di posizioni silenti è data dai contributi versati dai lavoratori immigrati che, spesso, ritornano nel loro paese e, se vogliono recuperare quanto versato in Italia, devono disporre di adeguate convenzioni internazionali e attivarsi per fare regolare domanda. Gl immigrati iscritti all’Inps sono 2,7 milioni (dati al 2007) e i contributi che li riguardano ammontano a circa 8 miliardi di euro. Altre stime calcolano in circa 600 mila le donne casalinghe che hanno pochi anni di contribuzione all’attivo e così via.

Formalmente la riforma Fornero dovrebbe sanare la ferita con il sistema contributivo. Infatti, con questo nuovo sistema di calcolo tutti i contributi versati saranno accumulati per calcolare una pensione finale e, se non si raggiunge il requisito minimo dei 20 anni, si potrà comunque andare in pensione a 70 anni oppure se la stessa supera di 1,5 volte l’assegno sociale. “In ogni caso c’è il limite dei 5 anni di contributi – commenta però De Santis – e se non si raggiungono, si regalano all’Inps”. “E poi, aggiunge, chi può vantare un importo pari a 1,5 volte l’assegno sociale (tra i 7 e gli 800 euro) con meno di 20 anni di contributi è solo chi ha avuto retribuzioni molto alte”. Inoltre i casi sono destinati a crescere con il sistema delle ricongiunzioni onerose deciso dal governo Berlusconi nel 2010 e avallato dall’attuale governo. In questo caso ricadono quelle posizioni previdenziali aperte in istituti diversi. Un’insegnante che abbia lavorato in una scuola privata, ad esempio, per un certo numero di anni e poi in una pubblica per il resto della sua vita lavorativa avrà una parte di contributi all’Inps e un’altra parte all’Inpdap. Per riunificarli (tecnicamente: ricongiungerli) dovrà pagare una somma molto elevata e se non la possiede utilizzerà la posizione più favorevole lasciando “silenti” gli altri contributi. Che restano lì, a disposizione dell’Inps che, ovviamente, li utilizzerà – lo sta già facendo –per pagare le pensioni in essere. “Le ricongiunzioni onerose sono uno scandalo” aggiunge Luigina De Santis. Intervenendo su questo nella trasmissione Report su Rai3, “la ministra Fornero ha detto cose inesatte perché le ricongiunzioni non servono ad avere pensioni più alte ma semplicemente commisurate ai contributi versati”.

In realtà anche prima della legge del 2010 le ricongiunzioni verso regimi previdenziali più favorevoli (ad esempio dall’Inps verso l’Inpdap) erano onerose ma non quelle verso il regime dell’Assicurazione generale obbligatoria (Ago) gestito dall’Inps. Ora si paga anche questo e ci si può vedere richiedere importi di 100 mila o anche 200 mila euro. Ma Fornero ha invitato a utilizzare un altro sistema, che invece è gratuito, la totalizzazione dei contributi. “Ma è un sistema con il quale si sceglie di entrare integralmente nel sistema contributivo anche se si ha ancora diritto a una parte di retributivo (doppio sistema entrato in vigore nel 1996 con la riforma Dini, ndr.). E favorisce solo i salari molto alti che da quel tipo di conteggio vengono particolarmente valorizzati. Ai salari più bassi la pensione viene tagliata”.

Fonte:ilfattoquotidiano.it