Archive from agosto, 2010
Ago 27, 2010 - Politica    1 Comment

Commissioni parlamentari……

Fiamma NirensteinMa esiste la commissione contro i siti internet?

Un amico parlamentare ci manda questa rettifica, che volentieri pubblichiamo

Maurizio Blondet ha ripetutamente scritto che la Nirenstein «presiede la Commissione Affari Costituzionali della presidenza del Consiglio e la Commissione Esteri e Interni della Camera».

Ora, va beh che i lorsignori hanno tanto potere, ma non esageriamo!!!

Non esiste una «Commissione Affari Costituzionali della Presidenza del consiglio» (così si dedurrebbe, secondo la dicitura usata); ve n’è una della Camera e una del Senato; il suo nome esatto è:

I COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI, DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E INTERNI

– l’onorevole Nirenstein non è presidente della commissioni Affari Costituzionali della Camera;
– ovviamente, non esiste una commissione «esteri e interni» della Camera; esiste invece una commissione Affari Esteri della Camera;
– l’onorevole Nirenstein non è la presidente della Commissione Affari Esteri della Camera (presieduta invece dal leghista Stefani), bensì la vicepresidente.
– l’onorevole Nirenstein ha presieduto la riunione delle Commissioni I e III del 22/4 e del 25/5 u.s., in supplenza dei presidenti della I (Donato Bruno) e della III Commissione, opportunamente assenti.

Posso capire l’inesattezza: io lavoro qui in Parlamento, ne conosco il sistema e i meccanismi, che ovviamente (nella loro elefantiaca complessità) sono ignorati dai cittadini, compresi quelli che si occupano di politica.

Fra l’altro, anch’io su altri aspetti non ho ben chiara la situazione: non mi risulta infatti che esista una Commissione sull’antisemitismo (per creare una nuova commissione parlamentare occorre specifico provvedimento e voto della Camera); credo invece che si tratti di un comitato creato in seno alla I Commissione Affari Costituzionali nell’ottobre scorso, formato dai membri della I e della III Commissione (Affari Esteri e Comunitari) in seduta comune.

La Commissione Esteri è ad alta densità di sionisti – Nirenstein, Ruben, Colombo – e filo-sionisti di complemento – Farina, Malgieri, Volontè, Zacchera, Adornato, La Malfa, Pianetta, ecc.).

Certo è che lo stesso sito della Camera non riporta, fra i Comitati di indagine esistenti, uno sull’antisemitismo…

La solita opacità lobbystica. L’opacità è confermata dal fatto che nè io, nè la massima parte dei colleghi deputati e senatori, non sanno nulla di questo comitato, nè vi sono stati invitati.

Lettera firmata

Dunque a quanto pare non esiste una Commissione Parlamentare sull’Antisemitismo. E’ qualcosa che la signora ha creato all’interno della presidenza del Consiglio: la quale, sotto Berlusconi, è diventata un mostro che dilapida 4 miliardi di euro annui dei contribuenti, e di cui il ‘Pirla’ ha fatto il suo ‘ministero del fare’, del far male e del malaffare (vedi Bertolaso & Escorts). Sulla spesa (enorme) della presidenza del Consiglio non c’è controllo esterno nè obbligo di rendiconto: di fatto è un immane ‘fondo nero’, da cui chi è ben posizionato può pescare quel che vuole. Se esistesse ancora un giudice a Roma, guarderebbe in questo porcaio con molta attenzione.

Maurizio Blondet

Fonte: EFFEDIEFFE – Sezione FREE
Ago 26, 2010 - Politica    1 Comment

Class Action all’Italiana

<B>Una legge per risarcire i consumatori<br>Ma le lobby frenano la class action</B>Rimborsi da assicurazioni, banche e Tlc. Il ministro Bersani:

“Le aziende devono sapere che avranno schiaffoni e non più buffetti”

STICAZZI! E i pompini che gli fanno? Non erano previsti?

Una legge per risarcire i consumatori

Ma le lobby frenano la class action

Disegno di legge del governo per introdurre anche in Italia le cause collettive
di MARCO PATUCCHI – del 20 Novembre 2006

ROMA – Per l’inizio della battaglia a Montecitorio ormai è questione solo di qualche giorno, giusto il tempo di smaltire le tossine del primo passaggio della Finanziaria. Ma la guerriglia degli schieramenti politici e delle lobby si combatte già da tempo e lascia intuire che lo scontro campale sarà durissimo. In palio c’è l’approvazione della legge italiana sulla class action, lo strumento giuridico che nel resto del mondo, Stati Uniti in primis, ha garantito a interi eserciti di cittadini-utenti il risarcimento dei danni provocati dagli abusi delle multinazionali. E che nel nostro Paese sta agitando i sonni di banche, assicurazioni, gestori telefonici, utility.

Come tradizione, l’Italia arriva buon ultima, a decenni e decenni dalle “crociate” di Ralph Nader, il primo paladino americano delle azioni collettive: e mentre sono già nei libri di storia le cause milionarie vinte dai cittadini americani contro le mistificazioni dei colossi del tabacco e gli errori delle case automobilistiche, qui da noi siamo ancora fermi alle suggestioni letterarie dei romanzi di John Grisham o a quelle cinematografiche di Julia Roberts in Erin Brokovich.

A dire il vero, qualcosa di concreto anche nel nostro Paese si è mosso sull’onda dell’indignazione per gli scandali finanziari degli ultimi anni (da Cirio a Parmalat, dai Tango-bond alle scalate dei “furbetti del quartierino”): sono migliaia, ad esempio, i risparmiatori ammessi come parte civile al processo per il crac dell’impero Tanzi.

Ma solo tra qualche giorno si capirà se davvero governo, maggioranza e opposizione, condividono la volontà di dotare il nostro paese di una legge sull’azione collettiva. “Non vogliamo fare una cosa all’americana, mandando la gente in giro per avvocati – dice Pierluigi Bersani – però le grandi società di servizi e le grandi imprese devono imparare a comportarsi come si deve, perché sappiano di poter ricevere non solo un buffetto ma anche uno schiaffone”. Ed è proprio l'”effetto deterrente” l’obiettivo di fondo del disegno di legge che il ministro dello Sviluppo Economico – di concerto con i colleghi dell’Economia, Padoa-Schioppa, e della Giustizia, Mastella – ha presentato alla Camera e che al momento costituisce il punto di riferimento per il lavoro della Commissione Giustizia dove sono confluite le altre proposte di legge in materia.

L’articolato governativo ricalca quello che, nella passata legislatura, aveva incassato il via libera della Camera prima di arenarsi a palazzo Madama sotto i colpi delle lobby. Ma il salto di qualità del nuovo ddl è notevole. Innanzitutto perché vengono rimossi i paletti settoriali previsti dal precedente progetto di legge che introduceva la class action solo nell’ambito dei servizi finanziari. La proposta del governo, invece, non pone alcun limite, prevedendo “il risarcimento dei danni in conseguenza di atti illeciti relativi a contratti, di atti illeciti extracontrattuali, di pratiche commerciali illecite o di comportamenti anticoncorrenziali, sempre che ledano i diritti di una pluralità di consumatori”. Dunque class action non solo contro banche o assicurazioni, ma anche società telefoniche, dei trasporti, dell’energia. Ed è proprio in questi settori che si verificano gli abusi e gli errori più frequenti, con gli utenti che quasi sempre rinunciano all’azione per evitare spese legali sproporzionate rispetto alla somma del risarcimento.

Così il governo ha scelto il modello “continentale” della class action, che diversamente da quello “anglosassone”, pur ribadendo la tutela costituzionale dell’azione individuale, non lascia al singolo cittadino o a qualsivoglia soggetto la possibilità di attivare l’azione collettiva: la legittimazione, infatti, viene attribuita a “tutte le associazioni dei consumatori e degli utenti, riconosciute dal ministero dello Sviluppo Economico secondo le procedure definite dal codice del consumo (un minimo di 35mila iscritti e sportelli in almeno dieci regioni – ndr), nonché alle associazioni dei professionisti e alle Camere di commercio”.

Altro punto qualificante del ddl è la possibilità assegnata al giudice di andare oltre la semplice condanna dell’azienda, e di stabilire “i criteri in base ai quali deve essere fissata la misura dell’importo da liquidare in favore dei singoli consumatori ovvero stabilire l’importo minimo”. Uno strumento in più a disposizione del cittadino che, eventualmente fallita la conciliazione prevista in coda alla class action, porterà avanti l’azione individuale per la specifica liquidazione del danno subito.

A Montecitorio in questi giorni dovrebbe esserci il colpo d’acceleratore decisivo per la legge. Ma il condizionale è d’obbligo non solo per le distanze maggioranza-opposizione e per le fibrillazioni politiche che attraversano lo stesso centrosinistra. O magari per le lamentele di tutte quelle associazioni tagliate fuori perché non inserite nella lista del Consiglio dei consumatori. La vera incognita è nel condizionamento che sapranno esercitare le grandi aziende, sia attraverso la strategia sotterranea delle lobby parlamentari, sia con il fuoco di sbarramento già attivato dalle varie associazioni di categoria (Confindustria, Abi, Ania, Assogestioni, Assonime…): uno schieramento che, agitando lo spauracchio di “danni distruttivi” per il mercato e tribunali intasati da valanghe di cause, punta a schivare gli schiaffoni evocati dal ministro Bersani.

“C’è squilibrio nel ddl governativo – ha protestato ad esempio l’Ania, l’associazione delle compagnie assicurative – l’impresa convenuta subisce le conseguenze negative della sentenza, ma non trae beneficio dal rigetto dell’istanza collettiva”. E per l’Associazione bancaria va chiarito il modo in cui il giudice è chiamato a certificare l’adeguatezza dell’azione collettiva.

Solo le prime schermaglie di un confronto che si preannuncia durissimo. “Ci prepariamo ad una battaglia lunga e faticosa – dice Alessandro Maran, capogruppo Ds in Commissione Giustizia e relatore del ddl – ma ormai in Parlamento c’è la consapevolezza di dover dare al Paese una legge sulla class action. E così sarà”. Lobby e tenuta della maggioranza permettendo. Ieri il vicepremier, Massimo D’Alema, ha negato contrasti sulle liberalizzazioni fra i ministri Rutelli e Bersani, sottolineando che “sarebbe benvenuta una concorrenza all’interno del governo su chi è più riformatore”. Sta di fatto, però, che mentre l’iter parlamentare sulla class action muove i primi passi, il leader della Margherita ha presentato al premier Prodi un manifesto sulle liberalizzazioni che affronta anche il nodo dell’azione collettiva. Una sovrapposizione di testi poco incoraggiante.


Dal 1° Gennaio 2010 è realtà anche in Italia, ma come al solito, da NOI le cose sono fatte “alla Cazzo” e conseguentemente, posso mettere in risalto due dettagli:
il SINGOLO CITTADINO non può promuovere azione collettiva;
se un’Associazione di consumatori vincesse un’azione collettiva, chi non ha partecipato alla “prima ora”, non potrà effettuare la semplice richiesta con riferimento (come negli USA, tanto tirati in ballo solo per le coglionate comode a Lorsignori), ma dovrà COMUNQUE fare Azione Legale riferendosi a quella collettiva, con EVIDENTE AGGRAVIO DI SPESE.
Ah, DIMENTICAVO che da noi è PRIORITARIO SNELLIRE la giustizia, ma SOLO PER I CAZZI LORO, per quelli inerenti la vita dei Cittadini,….
… be possiamo prendercela nel culo anche stavolta.

Fonte: Repubblica.it
Ago 23, 2010 - 11 Settembre 2001    1 Comment

Quando si dice essere FORTUNATI

11 Settembre11/9: IL GIORNO PIU’ FORTUNATO DI “LUCKY” LARRY SILVERSTEIN

Bisogna proprio essere fortunati per fare 4 miliardi di dollari con un bel colpo su un investimento di 6 mesi da 124 milioni di dollari.

Larry Silverstein è il magnate immobiliare newyorkese che acquistò l’intero complesso del World Trade Center proprio 6 mesi prima degli attacchi dell’11 settembre. Quella fu la prima volta che nei 33 anni di storia del complesso vi fu un cambio di proprietà.

Il primo ordine del giorno di Mr. Silverstein in qualità di nuovo proprietario fu di sostituire la compagnia responsabile della sicurezza del complesso. La nuova compagnia che venne ingaggiata fu la Securacom (ora Stratasec). Il fratello di George W. Bush, Marvin Bush, era nel consiglio d’amministrazione, e il cugino di Marvin, Wirt Walzer III, ne era il direttore generale. Secondo documentazioni pubbliche, la Securacom, non solo forniva sicurezza elettronica al World Trade Center, ma forniva copertura al Dulles International Airport e alla United Airlines, due protagonisti chiave negli attacchi dell’11/09.

La compagnia era appoggiata da una società d’investimenti, la Kuwait-American Corp., anch’essa legata per anni alla famiglia Bush.

La KuwAm fu legata finanziariamente alla famiglia Bush fin dalla Guerra del Golfo. Uno dei direttori e membro della famiglia reale del Kuwait, Mishal Yousef Saud al Sabah, fece parte del consiglio della Stratasec.

Facciamo ora una considerazione: i membri di una esigua cricca possedevano il WTC, ne controllavano la sicurezza dei sistemi elettronici, e anche la sicurezza non solo di una delle linee aeree i cui velivoli vennero dirottati l’11/09, ma dell’aeroporto dal quale provenivano.

Un’altra piccola “coincidenza” – Mr. Silverstein, che diede un acconto di 124 milioni di dollari su questo complesso da 3,2 miliardi di dollari, lo assicurò prontamente per la cifra di 7 miliardi di dollari.
Non solo, assicurò il complesso contro “attacchi terroristici”.
[“Lucky” Larry Silverstein]

A seguito degli attacchi, Silverstein presentò due richieste di indennizzo per la cifra massima della polizza (7 mld. di dollari), basate, secondo il parere di Silverstein, su due attacchi separati. La compagnia assicurativa Swiss Re, diede a Mr. Silverstein un risarcimento di 4.6 miliardi di dollari – un principesco compenso per un investimento relativamente misero di 124 milioni di dollari.

C’è dell’altro. Vedete, le World Trade Towers non erano proprio quell’affare immobiliare che siamo portati a credere. Da un punto di vista economico, il Trade center – sovvenzionato fin dall’inizio dal New York Port Authority – non ha mai funzionato, né si intendeva farlo funzionare, indifeso nel disordinato mercato immobiliare. Come non faceva a esserne al corrente il Gruppo Silverstein?

Le torri avevano bisogno di ristrutturazione e migliorie per un totale di 200 milioni di dollari, gran parte dell’ammontare relativo alla rimozione e rimpiazzo dei materiali edilizi dichiarati rischiosi per la salute fin già negli anni quando le torri vennero costruite. Era ben risaputo dalla città di New York che il WTC era una bomba all’amianto. Per anni il Port Authority trattò l’edificio come un vecchio dinosauro, cercando in diverse occasioni di ottenere i permessi per demolire la costruzione per motivi liquidità, mai concessi a causa dei risaputi problemi riguardanti l’amianto. Inoltre si sapeva benissimo che l’unico motivo per cui la costruzione stava ancora in piedi fino all’11/09 era perché sarebbe stato troppo costoso smantellare le Twin Towers piano per piano dato che al Port Authority venne impedito legalmente di demolire gli edifici.

Il costo stimato per smontare le torri: 15 miliardi di dollari. Solo il materiale da impalcatura per l’operazione venne stimato sui 2.4 miliardi di dollari!

In poche parole, le Twin Towers erano strutture condannate. Che cosa conveniente un attacco “terroristico” che demoliva completamente gli edifici.

L’edificio 7 era parte del complesso del WTC, e coperto dalla stessa polizza assicurativa. Questa struttura di 47 piani, in acciaio, che non venne colpita da un aereo, crollò misteriosamente su se stesso a caduta libera , otto ore più tardi nello stesso giorno – esattamente nello stesso modo delle Twin Towers.

Come è potuto accadere? Mr. Silverstein diede al mondo la risposta durante un’intervista al canale PBS, un anno dopo l’11/09/2002:

“Mi ricordo di aver ricevuto una chiamata dal… comandante dei vigili del fuoco, che mi informava di non esser sicuro che sarebbero stati in grado di contenere l’incendio, e io dissi, ‘abbiamo avuto un numero tremendo di vittime, forse la cosa più intelligente da fare è di tirarlo giù’ . E presero questa decisione e assistemmo al crollo dell’edificio”.

Chiunque ne sappia un po’ sulle costruzioni può affermare: “tirar giù” nel gergo industriale sta per demolizione controllata.

Una cosa è certa, la decisione di “tirar giù” il WTC 7 avrebbe reso felici molte persone.

[World Trace Center 7. Non dimenticate…che nessun aereo ha colpito questo edificio]

Specialmente perché era stato riferito che migliaia di dati sensibili riguardanti alcune delle più grandi truffe finanziarie della storia – comprese Enron e WorldCom – erano depositate negli uffici di alcuni inquilini dell’edificio:

– US Secret Service

– NSA

– CIA

– IRS

– BATF

– SEC

– NAIC Securities

– Salomon Smith Barney

– American Express Bank International

– Standard Chartered bank

– Provident Financial Management

– ITT Hartford Insurance Group

– Federal Home Loan Bank

La Security and Exchange Commission [SEC: Commissione di controllo sui titoli e la borsa n.d.t.] non ha quantificato il numero di casi effettivi nei quali dati sostanziali vennero distrutti dal crollo del WTC 7.

L’agenzia di stampa Reuters e il Los Angeles Times pubblicarono resoconti che li stimavano tra i 3.000 e i 4.000. Includevano la più importante tra le inchieste dell’agenzia sui metodi con i quali le banche d’affari si spartivano le azioni più appetibili appena immesse sul mercato durante il periodo del boom dell’high-tech. … “Le investigazioni in corso al New York SEC ne verranno influenzate clamorosamente perché gran parte del loro è un lavoro di documentazione intensivo”, disse Max Berger della Bernstein Litowitz Berger & Grossman di New York. “Per quei casi è una sventura”.

Citygroup afferma che alcune delle informazioni che la commissione sta cercando (circa WorldCom) vennero distrutte nell’attacco terroristico dell’11 settembre al World Trade Center. Salomon aveva degli uffici nell’edificio 7 del World Trade Center. La banca riferì che i nastri delle registrazioni delle e-mail della società a partire dal settembre 1998 fino al dicembre 2000 erano archiviate nell’edificio e distrutte nell’attacco.

Nell’edificio 7 del WTC vi era il più grande ufficio del territorio dei Servizi Segreti USA, con più di 200 dipendenti: “tutte le prove che avevamo archiviato e che si trovavano nell’edificio 7, in tutti i casi, sono crollate con l’edificio”, secondo l’agente speciale dei servizi segreti US David Curran.

Che perfetto, completo e fortuito susseguirsi di eventi fu l’11 settembre.

Casualmente, val la pena notare che uno degli amici più intimi di Lucky Larry – una persona con la quale, si dice, parli al telefono quasi tutti i giorni – è niente meno che l’ex primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.

Altro ancora su quella piccola intima relazione prossimamente…

Fonte: http://www.fourwinds10.com/
Link
06.09.2006
DI LIFEFORCE@ROCKYMOUNTAINS.NET
The Four Winds

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di LAURA

Fonte: Comedonchisciotte.net
Ago 20, 2010 - Politica    No Comments

Francesco Cossiga: niente da dichiarare?

RepubblicaSì, è un vizio degli Italiani, dopo morto, CHIUNQUE viene ricordato come una Brava persona.

Peccato che alcuni personaggi, Andreotti in testa, ma non è il solo, abbiano la sfrontatezza di essere ossequiati sebbene si portino nella fossa i segreti più ignobili della REPUBBLICA DELLE BANANE.


Ma, per i MORTI senza un colpevole? Quando si farà giustizia?

Ah, già, è tutto prescritto e….


SEPOLTO!!


Fonte: Youtube
Ago 18, 2010 - Politica    1 Comment

Servizi Segreti e Presidenza del Consiglio

Di_Pietro_02.jpgL’ ex Pm su ” Oggi ” spiega le sue dimissioni: mi aspettavo vendette e da privato potevo difendermi meglio

” Dossier dei Servizi su Di Pietro “

Di Muccio (FI) smentisce il Sisde: si intitola ” Achille ” , ci sono anche carte di Craxi

E’ vero: i servizi segreti spiavano Di Pietro. La clamorosa conferma . che smentisce quanto sostenuto sino a oggi dai responsabili dei servizi . arriva da Roma. Al termine di una lunga audizione di Lamberto Dini al Comitato parlamentare di controllo, l’ onorevole Pietro Di Muccio (Forza Italia) ieri sera ha rivelato che e’ stato scoperto un fascicolo, nome in codice “Achille”, contenente informazioni sull’ ex pm di Mani pulite. Il dossier potrebbe gia’ essere sul tavolo del pm Fabio Salamone che, nell’ ambito delle indagini sui tentativi di delegittimazione denunciati da Di Pietro, ha aperto la scorsa estate uno stralcio sul ruolo dei servizi segreti. Un ex agente del Sisde, Roberto Napoli, aveva rivelato a Di Pietro che il capo del Centro 1 di Roma gli aveva affidato nel ‘ 92 l’ incarico di indagare su Di Pietro. Salamone nel corso di una trasferta romana interrogo’ l’ allora capo del Sisde, Angelo Finocchiaro, che smenti’. Contemporaneamente chiese al comitato per i servizi di avere copia del rapporto che Napoli fece dopo non aver scoperto nulla contro il magistrato. Quelle carte, insieme con altre, sono state poi trasmesse alla procura di Brescia che ha avuto cosi’ conferma della veridicita’ del racconto di Napoli. Nel dossier “Achille” sarebbero contenuti anche i fascicoli trovati nello studio romano di Craxi. Di Muccio, le cui dichiarazioni sono state confermate da altri componenti del Comitato, ha sottolineato che i responsabili dei tre servizi, interpellati ufficialmente, avevano negato l’ esistenza di fascicoli su Di Pietro. E cosi’ ora si preannuncia una bufera. Il presidente del Consiglio Dini, che ha anche affrontato il tema dei 45 dossier del Sisde raccolti tra il ‘ 93 e il ‘ 94, si e’ impegnato a fare chiarezza e ha annunciato la costituzione, al ministero dell’ Interno, di una commissione di inchiesta (1) che dovra’ verificare i criteri con cui furono individutati e allontanati molti appartenenti al Sisde dopo la vicenda dei fondi neri. E intanto l’ inchiesta bresciana sull’ ex pm di Mani pulite sta arrivando al capolinea. I pm Salamone e Bonfigli prevedono di depositare le loro richieste al gip entro 10 giorni. Il principale filone di indagini, in cui Di Pietro viene chiamato in causa da piu’ parti, e’ quello sull’ informatizzazione degli uffici giudiziari, per il quale l’ ex magistrato e’ stato iscritto nel registro degli indagati con l’ accusa di abuso d’ ufficio. Nel corso dell’ ultimo interrogatorio, il 29 novembre, gli sarebbe stata contestata l’ accusa di concussione. Due sono gli episodi al centro dell’ inchiesta. Il primo riguarda un decreto approvato nel gennaio ‘ 90 dal Consiglio dei ministri su proposta del ministro della Funzione Pubblica Remo Gaspari (che da Di Pietro era stato inquisito per peculato), in cui Tonino veniva nominato direttore responsabile del progetto di informatizzazione degli uffici giudiziari milanesi. Quel decreto venne poi corretto da Gaspari poco prima della registrazione alla Corte dei Conti e il nome di Di Pietro fu sostituito con quello del presidente della Corte d’ appello. L’ altro episodio risale a luglio ‘ 91. L’ ex assessore dc Francesco Rivolta . inquisito da Di Pietro per la vicenda di Lombardia Informatica . ha raccontato ai pm bresciani che il comandante dei vigili urbani di Milano, Eleuterio Rea, amico di Tonino, ando’ da lui e fece pressioni affinche’ fossero attivati canali politici che avrebbero consentito al magistrato di diventare capo dell’ Ufficio automazione del ministero. Rivolta dice che ne parlo’ al segretario regionale della Dc Gianstefano Frigerio e a quello del Psi, Andrea Parini. Entrambi hanno confermato, ma Rea nega tutto. E ieri, durante un confronto di due ore con Rivolta, entrambi sono rimasti sulle rispettive posizioni. Rea dice che quell’ incontro non ci fu e che nel ‘ 91 i rapporti con Di Pietro si erano interrotti. Intanto, nella sua rubrica sul settimanale “Oggi”, Di Pietro torna a parlare dei motivi delle sue dimissioni. “Era l’ unica contromossa possibile . spiega . per salvaguardare la bonta’ dell’ inchiesta: togliermi di mezzo come rappresentante istituzionale e affrontare da privato cittadino la vendetta”. Quella vendetta, dice, compiuta contro di lui da diverse persone (“politici e non”) perche’ aveva “osato mettere sotto processo e far condannare l’ intera nomenclatura politico imprenditoriale italiana”.

Corvi Luigi

Pagina 12
(13 dicembre 1995) – Corriere della Sera

Il 18 ottobre 1993, arriva una riforma dei servizi segreti. I nuovi servizi segreti sono accentrati nel coordinamento e nella gestione, e posti alle dirette dipendenze del presidente del consiglio, anziche’ di una commissione parlamentare come era prima.

Con la vittoria alle elezioni del 10 maggio 1994, Berlusconi eredita tale ruolo divenendo presidente del consiglio. Il sei dicembre dello stesso anno Di Pietro da’ le dimissioni dalla magistratura, perche’ c’e’ un’inchiesta del GICO e Il Sabato pubblica un dossier contro di lui. La sorgente e’ il SISDE, e il dossier si chiamava “Achille”.

Dopo la riforma del tre agosto 2007, i servizi segreti sono raggruppati sotto il comando della Presidenza Del Consiglio. Silvio Berlusconi ne e’ tutt’ora comandante.
Ha potere assoluto?
La risposta e’ NO, perche’ esiste il COPASIR, ovvero il comitato parlamentare per la sicurezza per la repubblica.

Durante la XV legislatura, il comitato era guidato (fino a gennaio 2010) , da Francesco Rutelli. Succedono tutte le infiltrazioni nella vita privata di Berlusconi, si fotografa il presidente nella sua villa sarda, e tutto quanto.

Il 26 Gennaio 2010, Massimo D’Alema, (da sempre allergico e polemico verso lo strapotere dei magistrati, per via di alcuni trascorsi giudiziari non proprio trasparenti(2) ) diventa presidente del COPASIR, ELETTO ALL’UNANIMITA’. E da quel momento, le intrusioni nella vita privata condotte dai magistrati iniziano a diminuire  di intensita’, fino a quasi scomparire.

(1) Stralci dal documento pubblicato sul Sito del Sisde Il 20 febbraio 1996, la Procura della Repubblica di Milano ha fatto pervenire al Comitato alcuni documenti sequestrati nel procedimento penale n. 9260/95 R.G.N.R., a carico di Francesco Nanocchio più altri ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza, per il reato di associazione per delinquere. Essi rivelano un complesso ed intenso lavoro volto a raccogliere note informative sui magistrati (tra i quali il dottor Di Pietro, il dottor Colombo ed altri), sulla loro vita, sulle indagini, sui rapporti dell’uno o dell’altro con i colleghi e con individuati elementi della polizia giudiziaria. Si riferiscono presunte scorrettezze, che poi verranno contestate nelle ispezioni, dall’autunno del 1994 in avanti. E’ insomma un’attività che può denominarsi di “dossieraggio”, nella quale rientrano fra l’altro le stesse insinuazioni contro il dottor Di Pietro utilizzate a più riprese dall’on. Bettino Craxi e da altre fonti (su cui si veda la precedente Relazione del Comitato, in data 26 ottobre 1995).

Durante l’autunno del 1994 – occorre ricordarlo – numerose copie del dossier risultano essere state in circolazione. Si è tra l’altro accertato che una di esse era allora nella disponibilità di Paolo Berlusconi. In relazione alla formazione e all’uso del dossier come illecito strumento di pressione, per indurre Di Pietro a dimettersi, la Procura di Brescia ha chiesto il rinvio a giudizio di Paolo Berlusconi e dell’ex ministro Cesare Previti, per il reato di concussione in concorso con gli ispettori ministeriali Dinacci e De Biase.

Nella Relazione, presentata al Parlamento il 27 luglio 1995, il Comitato aveva scritto: “Occorre d’altra parte osservare che l’allontanamento di un certo numero di appartenenti al Servizio, nel biennio 1993-1994, è avvenuto sulla base di criteri incerti, mentre rimanevano al loro posto funzionari che hanno svolto compiti rilevanti durante gli anni più oscuri, collaborando con i dirigenti coinvolti nella spartizione illecita dei fondi riservati e senza accorgersi dei gravi abusi commessi”. Le posizioni vanno riesaminate e, se vi sono state ingiustizie, devono essere rimosse.

Top VI Conclusione

La presente relazione non dà conto analiticamente di tutte le attività svolte e di tutti i documenti acquisiti negli ultimi mesi, relativi alla ordinaria attività di controllo. Sono stati trasmessi al Comitato, dall’inizio della legislatura, 669 documenti e si sono tenute 72 sedute del plenum e 10 riunioni dell’Ufficio di Presidenza. Il Comitato ha svolto 49 audizioni.
A conclusione dei propri lavori, il Comitato ha voluto affrontare soltanto alcune questioni più rilevanti, che non ha ritenuto di lasciare sospese, nel momento in cui si interrompeva la legislatura.
Per i profili più generali di analisi del sistema di informazione e sicurezza e per le proposte di riforma che si possono consegnare all’attenzione del futuro Parlamento, il Comitato rinvia alle precedenti Relazioni e soprattutto alla prima, del 6 aprile 1995.
Dall’analisi delle situazioni controverse di cui anche questa Relazione si occupa, risulta nettamente confermata l’urgenza che le linee già indicate dal Comitato siano al più presto discusse dal Parlamento e tradotte in atti legislativi conseguenti.
Per quel che riguarda il potenziamento del controllo parlamentare, oltre a tutte la proposte già avanzate, si sottolinea l’esigenza che il Comitato, almeno per alcuni specifici settori di attività (o per individuati oggetti di indagine) possa valersi dei poteri che l’articolo 82 della Costituzione riconosce alle Commissioni parlamentari d’inchiesta.

Quindi: FUFFA
Fonte: Corriere.it
Ago 17, 2010 - Politica    No Comments

Prodi: Delbono, una ragazzata

Romano Prodi

Prodi: Delbono, una ragazzata.
Bersani: non sono d’accordo

Il professore: “Ma chi comanda ora nel Pd?”

Carte di credito pubbliche per viaggi privati? Bazzecole. Per Romano Prodi quel che ha fatto il sindaco di Bologna, Flavio Delbono, non è niente di così grave. Aprofittare del proprio ruolo per mantenere un’amante, a Bologna, che sarà. E poi si parla di pochi spicci, mica di grandi cifre, come se il problema del sottrarre fondi pubblici fosse nella dimensione e non nell’atto. Il ritorno del Professore sui giornali è segnato da questa brillante affermazione: “Prima di tutto, analizziamo la dimensione del problema. Di cosa si sta parlando? Non si distrugge la vita di un uomo, come è accaduto in questi giorni, per una storia come quella, per una manciata di euro…”.

Libero-news.itLibero-news.it

Sa cosa mi dispiace, soprattutto? Vedere che ormai sembra sempre più debole la ragione dello stare insieme

Romano Prodi lo dice alla moralista e rigida La Repubblica, che in questo caso però soprassiede. “Certo -ammette Prodi- doveva essere più accorto. Ma in questi giorni nessuno si è limitato a dire questo: gli hanno dato del delinquente, invece. Hanno parlato di limite etico travolto. Eppure altrove, per altri amministratori locali di centrodestra che ne hanno combinate di tutti i colori, nessuno ha gridato allo scandalo, e si è mai sognato di chiedere le dimissioni. Allora queste cose le vogliamo dire sì o no?”. A chi Prodi faccia riferimento non è dato sapere. Resta la doppia morale del Pd.

“Ma anche le dimissioni, vede, confermano la differenza di stile di Delbono: ha compiuto un atto di responsabilità verso la città. Ora sarà più libero di dimostrare la sua innocenza, della quale – sottolinea l’ex premier – sono non sicuro, ma sicurissimo. Non era obbligato a dimettersi, ma l’ha fatto. Ha messo il bene comune sopra a tutto, prima delle convenienze personali. Chi altri l’avrebbe fatto? La Moratti, forse?”.

Picconata al Pd- Chi comanda, dunque, nel Pd? La domanda resta inevasa. Il Professore sa che per la successione alla carica di primo cittadino si fa proprio il suo nome: “Ma non ci pensi neanche un momento… Gliel’ho già detto: in politica o si sta dentro, o si sta fuori. E io dentro ci sono già stato anche troppo. Mi riposo, leggo, studio molto, faccio le mie lezioni qui in Italia e in Cina. E sono sereno così”. A chi lo indica come il salvatore della patria replica secco: “Eh no, salvatore della patria no. Va bene una volta, va bene due volte, ma tre volte proprio non si può. Grazie tante, ma abbiamo già dato”. “Sa cosa mi dispiace, soprattutto? E’ vedere che ormai sembra sempre più debole la ragione dello stare insieme”.

Bersani: non sono d’accordo- “Per Prodi ho un affetto e un rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose sulle quali posso non essere d’accordo”. Pierluigi Bersani, commenta così le parole di Romano Prodi.

“Delbono ha compiuto un gesto veramente apprezzabile, che testimonia di una persona e una città – dice Bersani – Paese che vai, usanze che trovi; ci sono posti dove esistono altre logiche, ma non lì a Bologna. Un amministratore che dice ‘prima la citta è qualcosa che ci invita a riflettere: prima di tutto la città, prima di tutto l’Italia, chi governa deve rispettare il Paese”. Nel frattempo a Bologna si va a grandi passi verso il voto anticipato. Lo chiede il Pd locale e il ministro dell’Interno, Roberto Maroni si dice “disponibile” in caso di richiesta “unanime”.


Ricordatevi i corsi e ricorsi storici. Il “professore” risalta fuori dal cilindro ogni volta che c’è ODORE DI ELEZIONI.

Vederete che lo riproporranno come il peperone dopo cena!

Fonte: libero-news.it
Ago 16, 2010 - Internet    No Comments

Editor html AGGRATIS? E’ KompoZer.

KompoZer Già in tanti conoscete il famoso editor html KompoZer, leggero, potente, ma sopratutto AGGRATIS!!
Per gli utenti Windows, i file di installazione li trovate nella pagine del Sito Ufficiale alla sezione Download.
Ho scoperto, di recente, che alcuni utenti di Linux, invece hanno qualche difficoltà, in quanto la versione Linux in italiano è un pacchetto tar.gz e per gli utenti Ubuntu, non è immediatamente installabile.

Ho ritenuto di scrivere queste poche righe che potranno semplificare l’operazione.

Intanto, installare Kompozer dal Gestore Pacchetti del sistema. Nulla di più facile.
Avviate kompozer dalla sezione >Applicazioni>Internet e vedete che già è a posto. Unico problema: è in inglese.
A questo punto, vi scaricate il file kompozer-0.8b3.it.xpi dalla medesima pagina (lo trovate più in basso, oppure click quì) lo salvate sulla scrivania, riaprite KompoZer e scegliete l’opzione >Tools>Add-ons dal menu in alto. A questo punto, vi si aprirà una finestra e sceglierete il bottone in basso a sinistra “Install”

Add-ons

lo fate puntare alla posizione del file appena scaricato e riavviate.

Godetevi il vostro editor FREE in Italiano.

Ago 16, 2010 - Informatica    No Comments

Firefox 3.6.8 in Ubuntu

Firefox 3.6.8 installare in UbuntuFirefox 3.6.8 come installare sotto Ubuntu

Recentemente è uscito l’aggiornamento Firefox 3.6.8 che risolve diversi problemini classificati come importanti. Nessuna difficoltà per gli utilizzatori di Windows ma, nei repositories di Ubuntu, troviamo le versioni precedenti, o la 3.6.9 pre chiamata Namoroka, che non supporta l’Italiano e crea qualche problema in caso di condivisione dei profili (dedicherò un post ad hoc a questo argomento). Quindi, vediamo come installare l’ultima versione, Firefox 3.6.8  italiano, con Ubuntuzilla. Ci basta: scaricare un piccolo file .deb, un doppio click ed un semplice comando da terminale. Ma, volendo, possiamo sempre tornare indietro e rimuoverlo.
Premessa –
Non sapendo quando utilizzerete questo procedimento, prima di ogni cosa aggiornate il vostro Ubuntu e controllate se viene installata automaticamente la versione 3.6.8 di Firefox in italiano. Personalmente, continuo ad utilizzare la 9.10 e dai repository non risulta disponibile, quindi, se come me avete Karmic, procedete con l’installazione.

Installare Firefox 3.6.8

Cosa ci serve

Testato il procedimento con Ubuntu 10.04 e 9.10 (personalmente sul 9.10), ma dovrebbe funzionare anche per versioni precedenti di Ubuntu. Se avete già installato delle recenti versioni precedenti di Firefox, per mezzo di Ubuntuzilla, allora  non serve scaricare ed installare Ubuntuzilla, in quanto va bene la versione che già avete. In questo caso basta solamente dare il comando (da terminale) di cui al seguente punto Come procedere (ossia: ubuntuzilla.py). Se invece non avete mai usato Ubuntuzilla, per prima cosa dobbiamo scaricare, dal sito di Ubuntuzilla, il file .deb adatto alla nostra versione di Ubuntu. Per semplicità vi fornisco i link diretti per il download.

Per Ubuntu a 32 bit: ubuntuzilla-4.8.3-0ubuntu1-i386.deb

Per Ubuntu a 64bit: ubuntuzilla-4.8.3-0ubuntu1-amd64.deb

In questo momento la versione del file è la 4.8.3 ma, col tempo, la versione potrà cambiare.

Come procedere

Dopo avere scaricato il file, basterà installarlo facendo doppio click su di esso (ricordiamoci di chiudere prima Firefox). Se avete già installato una precedente versione del di Ubuntuzilla, scegliete di reinstallare.Ultimato il processo d’installazione, bisogna aprire il Terminale (Applicazioni / Accessori / Terminale)  e digitare il comando:

ubuntuzilla.py

Il comando può anche essere copiato ed incollato nel terminale e dopo avere dato Invio da tastiera, inizierà il processo d’installazione di Firefox.
Se incontrate problemi con la password, vi rimando a questa FAQ:

Ubuntu terminale non accetta password

Durante il processo d’installazione, alle varie richieste risponderemo sempre con una y (yes = si) confermando con invio da tastiera.
Arrivati alla lingua inseriamo il numero 35, che contraddistingue la lingua italiana e diamo Invio da tastiera.
Aspettiamo con pazienza il processo d’installazione e non interrompiamolo, neppure se ci sembra che si sia bloccato o che ci notifichi un errore di download.

Fonte: istitutomajorana.it
Ago 15, 2010 - Informatica    No Comments

Condividere Firefox e Thunderbird tra Windows e Ubuntu

Mozilla Firefox e ThunderbirdSempre più appassionati informatici si affacciano al mondo Linux.
Da quando Canonical lavora al progetto Ubuntu (a mio avviso la distribuzione Linux più User Frendly e facile da usare anche ai neofiti) è sempre maggiore il numero di utenti PC che “ci provano” e ne rimangono affascinati.
Questo post non vuole intessere le LODI per un sistema operativo GRATUITO che dimostra maturità e sempre maggiore affidabilità, ma di un aspetto del suo utilizzo: la condivisione di alcuni software con Windows.

Sì, esistono decine e centinaia di siti e post su questi temi, ma ritengo che talvolta siano dispersivi o addirittura inesatti.


Scenario:
– un PC con installato Windows XP (qualunque versione, è indifferente per il nostro caso) e Linux Ubuntu.
Impostazione Sistemi e partizioni:
– immaginiamo un HDD da 160Gb (oramai il taglio minimo) partizionato con 40Gb NTFS Primaria con XP, 40Gb etx3 con Ubuntu 9.10, 5Gb per la SWAP linux e 75 Gb in partizione estesa NTFS che chiameremo “Documenti”.

Su XP, credo non sia neppure il caso di soffermarci in quanto l’installazione di Firefox e Thunderbird è di una semplicità sconcertante. Unica nota: il caso in questione prevede l’utilizzo di Thunderbird 2.0 (scaricabile da quì: versione Windows) in quanto con la recente 3.0 ho incontrato problemi che al momento non sono riuscito a risolvere. Mi impegno a scrivere un post appena avrò la soluzione.

Immaginiamo di aver scaricato ed installato entrambi i SW, e di averli avviati una prima volta ed impostato UN account di posta (per Thunderbird).
Questi dati vengono salvati in cartelle chiamati “Profili”. Non vi dico neppure DOVE vengono collocati perchè (proprio per l’essenzialità e facilità che intendo dare al post) non ve ne frega nulla.

Bene, a questo punto, nella partizione NTFS “Documenti” creiamo una cartella
> Mozilla (contenente due sottocartelle)
> Firefox
> Thunderbird
Io le ho chiamate così (a dire il vero la partizione l’ho messa su un’altro HDD, ma non cambia nulla al nostro scopo) ma potrete chiamarle anche Internet e Mail o come vi pare.

 

A questo punto due passaggi importanti: la gestione dei profili.
Per firefox andate su “esegui” e digitate:
firefox -p
si aprirà una finestra per la gestione dei profili

Profili Firefox

e potrete, mediante il bottone Crea profilo, creare un nuovo profilo

Profili Firefox

Profili Firefox

che faremo puntare alla cartella “Firefox” precedentemente creata.

A questo punto potremo personalizzare il nostro Firefox con estensioni e segnalibri e tutto verrà salvato in quella cartella.

Allo stesso modo dovremo procedere per Thunderbird:

Profili Firefox

Il metodo è il medesimo, e (ovviamente) lo faremo puntare all’altra cartella.
A questo punto, avvieremo Thunderbird ed imposteremo i nostri account di posta.


Passiamo adesso a Linux Ubuntu e procediamo alla installazione di Thunderbird e Firefox dai repository (attualmente per Firefox 3.6.8 cè qualche problemino, ma spiegherò come risolverlo nel prossimo post (già pronto alla pubblicazione) ;-))

1. Creazione profilo in Linux

Ipotizzeremo che sia utilizzata la cartella predefinita per il profilo in Linux, che è ~/.thunderbird/default/1a2b3c4d.slt. Basta avviare Thunderbird e un profilo verra creato nella cartella. (Se si ha già un profilo in quella cartella, basta eliminarlo prima.) Annullare la Creazione guidata nuovo account che apparirà e chiudere nuovamente Thunderbird.

2. Copia di prefs.js dal profilo Windows a quello Linux

La parte restante di questa guida ipotizzerà che la partizione FAT32 contenente Windows abbia i permessi in lettura/scrittura. Alcune moderne distribuzioni impostano questi permessi automaticamente a cartelle come /mnt/win_c, /mnt/win_d e simili. Altre distribuzioni non aiutano in questo. In questa guida, la partizione di Windows C: è montata in /win/c.

Copiare il file /win/c/MyMail/1a2b3c4d.slt/prefs.js in ~/.thunderbird/default/1a2b3c4d.slt/prefs.js. Questo trasporterà tutte le impostazioni del profilo Windows in quello Linux.

3. Modifica di prefs.js in Linux

È arrivato il momento di fare la magia che rende tutto questo possibile. Aprire ~/.thunderbird/default/1a2b3c4d.slt/prefs.js nell’editor di testi preferito e cercare le stringhe contenenti “C:MyMail”. Queste stringhe utilizzano un percorso Windows assoluto che deve essere aggiornato. Ecco alcuni esempi:

     user_pref("mail.root.none", "C:MyMail1a2b3c4d.sltMail");
user_pref("mail.root.pop3", "C:MyMail1a2b3c4d.sltMail");
user_pref("mail.server.server1.directory", "C:MyMail1a2b3c4d.sltMailpop.myisp.com");

Cambiare l’esempio sopra riportato con:

     user_pref("mail.root.none", "/win/c/MyMail/1a2b3c4d.slt/Mail");
user_pref("mail.root.pop3", "/win/c/MyMail/1a2b3c4d.slt/Mail");
user_pref("mail.server.server1.directory", "/win/c/MyMail/1a2b3c4d.slt/Mail/pop.myisp.com");

Infine, rimuovere tutte le stringhe contenenti “[ProfD]”. Questi sono percorsi relativi che saranno generati automaticamente. Esempi di stringhe da rimuovere:

     user_pref("mail.root.none-rel", "[ProfD]Mail");
user_pref("mail.root.pop3-rel", "[ProfD]Mail");
user_pref("mail.server.server1.directory-rel", "[ProfD]Mail/pop.myisp.com");

4. Per Firefox, stesso metodo:

     Da terminale, nella directory di installazione di Firefox, lanciate il comando:     

firefox -profilemanager

     Profilo Utente Ubuntu
     Profilo Utente Ubuntu

Profilo Utente Ubuntu

5. Cancellare un profilo

  1. Nel gestore profili selezionare il profilo da cancellare e fare clic su Elimina profilo….
  2. Confermare la richiesta di cancellazione del profilo:


    • Facendo clic su Non eliminare i file verrà rimosso il profilo dal gestore profili ma i dati nella cartella del profilo non saranno cancellati: in questo modo le informazioni salvate potranno essere recuperate.
      • Quando viene creato un nuovo profilo è possibile copiare tutti i file del vecchio profilo nella cartella del nuovo, in modo che le informazioni del vecchio profilo vengano ripristinate nel nuovo.
    • Facendo clic su Elimina i file verranno rimossi il profilo e i file in esso contenuti (i segnalibri, le impostazioni, le password, ecc. ecc.).
      Attenzione: se si seleziona “Elimina i file”, la cartella del profilo ed i file contenuti verranno cancellati. L’operazione non potrà essere annullata.
    • Facendo clic su Annulla viene interrotta la procedura di cancellazione del profilo.

6. Rinominare un profilo

  1. Nel gestore profili selezionare il profilo da rinominare e fare clic su Rinomina profilo….
  2. Inserire il nuovo nome per il profilo e poi fare clic su OK.
    • Nota: La cartella contenente i file del profilo non verrà rinominata.

Questo è tutto! Ora aprire Thunderbird in Linux e verificare che è possibile vedere le proprie e-mail. Creare un nuovo messaggio nella cartella Bozze, riavviare Windows e verificare che il messaggio è accessibile da Windows.

Avviate Firefox e vedrete che i segnalibri, la cronologia e quan’altro saranno identici sia su un sistema che sull’altro.
Addirittura, se lo chiudete salvando le schede aperte in un sistema, all’apertura nell’altro sistema si apriranno le medesime schede!

Buon divertimento.

Ago 14, 2010 - Economia    2 Comments

PIIGS? Sempre più vicini alla PESIFICAZIONE.

Mario I. BlejerSiete pronti a non poter ritirare i vostri risparmi dalle banche?
Siete pronti a servire i debiti in Euro, ma percepire salari in Pesos?

Dall’Argentina lo scenario-avvertimento per i potenziali disertori Euro: quelli già noti come PIIGS.

Le tensioni tra il nord della zona euro e il sud, e il complesso e politicamente costoso trasferimenti di denaro necessarie per smorzare la crisi dell’euro, hanno spinto molte persone a pensare l’impensabile: il salvataggio della moneta comune europea possa esigere che alcuni paesi vi rinuncino.
In effetti, ultimamente
si sono infittite le ipotesi di uscita dall’euro, in particolare dei paesi della zona euro del sud (avrete già sentito parlare del “Club Med”, ma non quello delle vacanze n.d.r.) che hanno disperatamente bisogno di recuperare competitività. Ma ragionando su cosa potrebbe accadere a chi esce dall’euro, in pratica, dovrebbe smettere di parlarne con distacco.

L’adozione di una valuta forte (come l’ “eurizzazione”) non è né difficile né particolarmente insolita. L’introduzione di una nuova, più debole moneta nazionale che sostituisca quella più forte in tempi di crisi finanziaria è una questione completamente diversa, di cui la maggior parte degli economisti sa quasi nulla.

Il più vicino esperimento in questo senso probabilmente è uscita l’Argentina nel 2002 dal suo tasso di cambio dollaro-PEG (incarnata nella sua currency board) per un regime di fluttuazione che ha svalutato il peso del 300% nei primi tre mesi.

Nonostante le ovvie differenze tra Argentina e le economie del sud della zona euro, le montagne russe della moneta argentina prevede lezioni deludenti per i politici europei che dovrebbero riflettere (ma non lo fanno perchè sono fantocci della BCE n.d.r.).

Gli stati europei vogliono tornare alla propria versione di un flessibile “peso”? Come minimo, i responsabili politici europei dovranno essere disposti a:
(a) “pesificare” i contratti;
(b) imporre pesanti operazioni bancarie commerciali;
(c) la ristrutturazione dei debiti;
(d) introdurre capitali e controlli sui cambi.

Considerare ogni sfaccettatura più da vicino. In primo luogo, una nuova moneta ha bisogno di creare la propria domanda come mezzo di tempo per effettuare transazioni commerciali spostando l’euro come unica moneta a corso legale e unità di conto.

Questo, a sua volta, richiede la ridenominazione forzata di prezzi, salari e contratti finanziari, che può creare gravi perturbazioni, a causa di pesanti e asimmetrico effetti di bilancio, nonché un massiccio impatto redistributivo. In Argentina la ” pesificazione” di depositi e prestiti bancari ha beneficiato debitori a spese dei depositanti, che incitano sconvolgimento pubblico.

In secondo luogo, qualsiasi paese della zona euro dovrebbe chiudere l’euro, l’anticipazione di pesificazione forzata rischia di innescare un panico bancario, come avviene quando i depositanti passano rapidamente i loro portafogli in valuta estera, al fine di spostarli fuori dal sistema e, probabilmente all’estero.

In realtà, in Argentina, la gente ha cominciato a ritirare i loro depositi quasi un anno prima l’uscita dal regime di currency board, alimentando la fuga di capitali e di alimentazione indietro nel pressioni del mercato di abbandonare il peg con il dollaro – una dinamica che potrebbe essere ancora più veloce e furiosa integrata finanziariamente in economie europee.

In tali circostanze, il blocco selettivo dei depositi sembra essere l’unica possibilità per evitare la bancarotta del settore bancario (si, avete capito bene, VOI LA POTETE PRENDERE NEL CULO, SONO LE BANCHE CHE NON POSSONO FALLIRE!! e non vi permettono di ritirare i VOSTRI soldi, non si parla di stretta al credito, ma di non poter disporre dei propri soldi!! n.d.r.). Qui, l’Argentina offre sia un buono che un cattivo esempio. Quando tutti i ritiri di depositi sono stati chiusi nel novembre 2001, la crisi di liquidità conseguente provocò un approfondimento della recessione e, infine, fece cadere il governo. Per contro, la ristrutturazione di depositi a termine nel gennaio 2002 attenuò la corsa agli sportelli e tenne in vita il sistema dei pagamenti, consentendo nel contempo i cosiddetti “depositi a vista” – che possono essere revocati immediatamente senza penale – per aiutare a costruire la domanda di pesos.

In terzo luogo, mentre la pesificazione elimina le perdite di bilancio interno-estero in valuta estera, il debito verso l’estero e gli obblighi contrattuali non possono essere ridenominato unilateralmente. Così, l’uscita dal dollaro piolo richiede una ristrutturazione del debito estero, sia sovrano che privato.

Infatti, di default sovrano dell’Argentina accadde quasi in contemporanea con la scomparsa del currency board, ma le rinegoziazioni private furono una faccenda lunga.

Alla fine, gran parte delle aziende evitarono il fallimento, soprattutto per il quarto ingrediente Argentino: controlli di capitale a condizione che fossero protetti dall’ombrello giuridico di stop esterno a “servire” il debito aziendale.

Naturalmente, i controlli sono un ingrediente inevitabile nel mix di uscita. L’adozione di una moneta più debole si basa sulla necessità di recuperare competitività e migliorare i conti con l’estero.

Ma, nel breve periodo, viste le enormi incertezze coinvolte in un passaggio di regime, e la perdita di accesso ai mercati dei capitali che segue una rinegoziazione del debito, in valuta estera diventa scarso, e richiede tutta una serie di restrizioni tradizionali – alcune più distorsive di altre – su movimenti di capitali.

Anche in Europa, il controllo dei capitali sarebbe l’unico modo per evitare la delocalizzazione di insediamenti finanziari off dopo la conversione di valuta e il congelamento dei depositi bancari. In ogni caso, l’esperienza indica che uscire dall’euro, preservando la libertà dei movimenti di capitale è poco più che una fantasia.

Alcuni osservatori suggeriscono, sulla base di precedenti dell’Argentina, che i paesi dovrebbero introdurre propria valuta più debole a denominare i salari ei prezzi selezionati senza lasciare l’euro. Crediamo che questa analogia sia un fraintendimento. Mentre l’Argentina ne ha fatto una questione di quasi-denaro nel 2001, prima di abbandonare il currency board, questo denaro è stato concepito per soddisfare le esigenze di bilancio ed è rimasto stabile nei confronti del dollaro. In effetti, è difficile immaginare come questo schema a doppia valuta avrebbe potuto evitare le conseguenze della conversione in una moneta più debole se il quasi-denaro si era deprezzato, com’era nelle intenzioni dei promotori dell’idea.

L’Argentina uscita dal suo cambio fisso col dollaro attraversò un’esperienza traumatica, concentrando le violazioni contrattuali, la redistribuzione della ricchezza, le impostazioni predefinite, corse agli sportelli, le restrizioni di cambio, e forti limitazioni ai movimenti di capitale in un breve periodo di tempo. In questa maniera, sarebbe più semplice introdurre una “nuova Dracma”, per esempio, in Grecia.

Perché il currency board argentino non ha mai eliminato il peso come il principale mezzo di operazioni, la base per lo sviluppo della domanda.

Gli eventuali disertori Euro, al contrario, avrebbero bisogno di promuovere la domanda di nuova moneta da zero – un processo molto più duro e cattivo.

Nella foto: I. Mario Blejer è un ex governatore della Banca Centrale Argentina.
Eduardo Yeyati Levy è professore di Economia, Università Torcuato Di Tella, Buenos Aires, e un ex economista capo della Banca Centrale Argentina.
Copyright: Project Syndicate,
2010.


Avevo trovato, qualche tempo fa, in tempi meno “caldi” un blog intelligente quanto PREMONITORE:

5 Euro CrackIn principio Fu la Grecia. Poi vennero a ruota Portogallo e Spagna, poi fu la volta dell’Irlanda e infine venne giù anche l’Italia.

Speriamo di non dover mai scrivere in futuro frasi come quella iniziale: è necessario vederci chiaro e azzardare qualche previsione e qualche osservazione, perchè il rischio di collasso non è limitato ad una sola nazione, ma all’intero sistema dell’Euro.

Non a caso i leaders europei sono riuniti oggi a Bruxelles in un summit che punta sopratutto a sostenere le grandi difficoltà economiche del paese ellenico: verrà probabilmente approvato un pacchetto di aiuti ad Atene, i soldi dovrebbero arrivare dal FMI (Fondo Monetario Internazionale).

I leaders si stanno però interrogando anche su come questa spirale si possa arrestare: la Grecia è la prima vittima di un sistema speculativo che gioca proprio sulla bassa coesione dei paesi dell’area Euro.

La caduta della Grecia potrebbe far scattare un meccanismo a catena, un disastroso effetto domino che trascinerebbe alla bancarotta altri paesi Europei. Diamo una sbirciatina partendo proprio da Atene.

 

Crack Grecia

E’ la nazione più indebitata d’Europa, il suo debito ammonta già al 100% del Prodotto interno lordo (non dovrebbe superare il 60% secondo le regole dell’Eurozona) e continua a crescere.

Il nodo è: come rifinanzierà questo debito? Occorrono 40 miliardi di euro per ripianare i bond emessi, il governo greco ha dichiarato che avrà bisogno di rifinanziare almeno il 10% del suo debito pubblico nel 2010, forse in Aprile e Maggio.

Le agenzie di Rating sono piuttosto scettiche su questa possibilità: quanti compratori potranno trovare appetibili i nuovi bond Greci dopo i ‘bagni’ presi da Argentina e da altre bancarotte?

Il Governo greco sembra oltremodo ottimista sulle sue possibilità di recupero, essenzialmente affidate a restrittive misure di austerità economica e di lotta all’evasione fiscale. In realtà si tratta di un paese in cui regna sovrana la corruzione, e non basteranno queste chiacchiere per ottenere fiducia dall’Europa.

Aspettiamo e vedremo.


Beh, per adesso abbiamo VISTO la Grecia, e sappiamo com’è andata …..
… sotto a chi tocca.
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